di Carl Trueman

Un certo numero di anni fa, ho avuto l’occasione di fare un viaggio in aereo verso la Corea passando per San Francisco. Sorvolare gli Stati Uniti in una giornata limpida è uno di quei rari piaceri che davvero permette di rendersi conto della misura geografica del posto, di quanto piatta sia gran parte della nazione, di quanto siano coperti di bianco tanti monti che si innalzano altissimi verso il cielo, di quanto, comunque, sia vasto il continente. Provenendo da una terra che può essere attraversata da una parte all’altra in macchina in circa dodici ore, trovo che la distanza dall’Atlantico al Pacifico sia quasi incomprensibile.
C’è qualcosa di ancora più stupefacente a proposito del volo, cioè il fatto che così tanti viaggiatori abbassino le tendine delle finestre quando sono nell’aria! Certo, alcune volte viene proprio chiesto di farlo, così che la luce del sole non interferisca con l’intrattenimento e l’apprezzamento dell’animazione ed eventuale programma all’interno dell’aereo. Non capiscono, i viaggiatori, che parte del vantaggio del volo è proprio la visione dall’alto delle terre sorvolate, degli Stati Uniti, dell’Europa o di qualsiasi altra parte del mondo? Sapete, queste erano cose che fino al secolo scorso gli esseri umani non potevano neppure immaginare. Neppure Alessandro Magno, Carlomagno o Napoleone, con tutta la loro potenza, autorità e ricchezza hanno avuto il privilegio di apprezzare o sperimentare una tale veduta. Eppure, i miei compagni di volo erano seduti lì a sperperare tale privilegio, preferendo la vista di qualche film  o la lettura di qualche giornale, incuranti della bellezza estetica quasi miracolosa che un viaggio in aereo ci provvede.
Devo, però, dire che la vista che più mi ha colpito è stata quella che ho osservato quando abbiamo lasciato San Francisco: l’isola-prigione abbandonata di Alcatraz. Situata al centro della baia, questa prigione era notoriamente impermeabile alla fuga, dove le forti correnti e maree garantivano una morte sicura nel Pacifico a tutti quelli che avessero stupidamente e follemente osato tentare di evadere. Di certo mi ha colpito quello che ho visto, almeno quanto le impressionanti foto estetiche viste di Bayreuth, e sono sicuro che potremmo organizzare con collegamento internet o magari delle ore di visita.
Ma in Alcatraz c’è di più che il fatto che si tratti dell’ex prigione più famosa d’America; negli anni essa è stata usata come scenario e luogo d’ambientazione per una buona quantità di film famosi, per esempio, Burt Lancaster (forse il mio attore preferito) ha interpretato la parte di Robert Stroud in The Birdman of Alcatraz (“L’uomo di Alcatraz”), una storia leggera della redenzione di un omicida ricercato, grazie alla sua cura per gli uccelli, e, in una vena differente, l’interpretazione di maggiore azione e fantastica di Clint Eastwood, col titolo Escape from Alcatraz (“Fuga da Alcatraz”). Eppure il film che più associo con l’isola penitenziaria è (per me) il colpo definitivo degli anni 60, Point Blank (“Conto alla rovescia”), interpretato da Lee Marvin, Keenan Wynn e la bellissima Angie Dickinson (che gli avvoltoi della cultura pop come Derek Thomas senza dubbio vi diranno che una volta era la signora Burt `Conoscete la strada per San Jose?’ Bacharach).
Point Blank non è un bel film. Lontano, molto lontano, inizia e termina sull’isola di Alcatraz (già abbandonata all’inizio del film), dove Walker (interpretato da Marvin) è collegato ad un imbroglio in un grande colpo finanziario. Il film segue Walker che dà la caccia agli uomini che lo hanno tradito e li uccide, con la ripetuta e continua motivazione: “Voglio solo i miei soldi!” Lanciando un uomo da un balcone-attico, interrogandone un altro mentre distrugge e fa a pezzi una macchina in mezzo a delle colonne di cemento, il film è un concentrato di violenza coreografica dall’inizio alla fine. Marvin, faccia di granito e veterano della Seconda Guerra Mondiale, che da soldato aveva realmente ucciso, è davvero convincente nell’interpretazione di Walker – non certo un uomo che uno vorrebbe imbrogliare, ma ciò che colpisce ancora di più è la completa amoralità della trama: Walker vive in un mondo dove la vera vita non ha alcun valore e dove la violenza fa così tanto parte della routine giornaliera, quanto il mangiare o il dormire. Si può dire, almeno, che la trama è amorale nel senso usuale della parola.
Immagino, certamente, che non tutti saranno d’accordo; posso immaginare, per esempio, che un marxista dibatterebbe prosaicamente che il film riflette, seppure nella sua forma più estrema, la morale dei soldi. Walker “vuole solo i suoi soldi” e su questa base anche la violenza è interamente giustificata. Il danaro è il feticcio da raggiungere, e quando viene stabilito come unico obiettivo e norma di vita, esso disumanizza uomini e donne e rende negoziabile ogni giudizio morale. Forse è stata proprio questa l’intenzione del direttore, non lo so, ma direi che l’effetto del film, specialmente se considerato nel contesto culturale più ampio, non è di predicare il Marxismo, quanto di fare un passo dalla morale della legge verso quella dell’estetica. Non si tratta di Marx, ma di Nietzsche che offre una spiegazione migliore per “Point Blank”. Walker è al di là del bene e del male, ed i suoi valori appena una questione di gusti personali.
Per spiegare: la coreografia della violenza si combina con l’atmosfera laconica del carattere di Walker nella creazione di un film in cui i giudizi morali vengono realmente sospesi attraverso un’estetica di normale ed apprezzabile modernità violenta e spietata. Una cosa simile è discernibile nel fato dell’occidente durante gli anni 60. Negli anni 50, classici come The Naked Spur (“Lo sperone nudo”)Shane (“Il cavaliere della valle solitaria”) e The Searchers (“Sentieri selvaggi”) contenevano sicuramente la loro quantità di violenza, ma si trattava di violenza che serviva sempre la più vasta causa di riscatto e redenzione, che fosse di una società o gruppo di persone (come in Shane) o di un individuo, come nel personaggio di Ethan Edwards in The Searchers. Senza dubbio, il grande poeta gaelico, Iain Crichton Smith ha catturato questo aspetto quando ha scritto la sua bellissima elegia a Shane:

Egli sta in piedi alla staccionata
Sbalordito ma vigilante, in attesa del male
Naturale come la luce del sole, eppure con quale dolore egli procede
Per ritrovare le armi, per riacquisire la sua sveltezza.

Il riconoscimento riluttante del bisogno di violenza per vincere il male inevitabile, la mentalità che l’uomo “deve fare quello che deve fare”, è ciò che ha guidato il grande occidente degli anni 50 ed esso necessariamente assume anche un codice morale basilare, persino mentre presenta eroi imperfetti che trascendono gli eventi del film stesso. Certamente, in tali circostanze la violenza vista nei film può essere solo redentiva, perché è più che soltanto estetica.
Se ci spostiamo verso la metà degli anni 60, comunque, i grandi film “western”, che siano quelli di Peckinpah o quelli di Leone, generalmente riducono il genere al reame di violenza iconica, di personaggi ammirevoli ma pericolosi, che creano la loro morale e che frequentemente trionfano perché giocano in modi più duri e sporchi dei loro nemici. Eppure tali personaggi sono diventati iconici e famosi. Senza dubbio ricordo Eastwood come Manco in For a Few Dollars More, di cui avevo un poster sulla porta del mio ufficio. Perché l’avevo lì? Non perché Manco rappresenta il mio stile di vita; dopotutto io non sono (nonostante le critiche contrarie) un omicida spietato e senza cuore; si tratta, piuttosto, di un triste e patetico tentativo di sembrare uno “in gamba”, di partecipare, anche se in modo vicario, all’estetica del western.
Questo ci porta al punto focale: il Postmodernismo è costantemente annunciato, fra le altre cose, come “una svolta linguistica”. Certamente molti filoni di questa disparata collezione di filosofie ha trasformato il linguaggio in un feticcio virtuale, investendolo con una presa onnipotente sull’umanità, tanto da essere sia la sostanza che una delineazione della realtà. Una gabbia, io penso, è come l’ha descritto Wittgenstein, eppure mi sento attratto dall’argomentazione di Terry Eagleton che quello che è spesso definito come Postmodernismo non è, in fin dei conti, una svolta linguistica, quanto una estetica, non rappresenta tanto la ritorsione in una gabbia linguistica, quanto il trionfo e l’assolutizzazione dell’estetica della modernità. Per indicare il tutto in modo meno pretenzioso, si tratta di stile piuttosto che di sostanza, ed effettivamente oggi lo stile è l’unica sostanza che importa.
Point Blank rappresenta superbamente questa tendenza: il merito o il valore di Walker va al di là del bene e del male. Il duro psicopatico che egli è guadagna lo stesso la considerazione di eroe comprensivo del film, colui che il pubblico spera che alla fine si “prenderà i suoi soldi”. Lo stesso vale per Manco in For a Few Dollars More e per Pike in The Wild Bunch – uomini violenti, rimossi da qualunque schema morale tradizionale, la cui personalità austera avvincente provvede l’unico criterio per giudicare se sono degli eroi o dei furfanti.
Nei film, certo, la cosa è innocua, ma questa svolta estetica ha avuto un grosso impatto anche nella società più estesa; in uno scritto del 1984, `Jerry Lee Lewis: l’omicida’, rispettato critico rock Mikal Gilmore ha indicato la rovina della vita personale di Lewis (inclusa la misteriosa morte della sua quinta moglie) ed ha chiesto se la romanticizzazione della parte violenta del rock non avesse creato una situazione in cui “un’estetica rustica ed espressione dagli occhi cattivi sembrano aver acquisito un valore inevitabile e impareggiato”. Nel caso di Lewis (ed ancora più noto in quello di Sid Vicious), questo ha portato alla sopravvivenza della sua reputazione – anzi forse essa è stata proprio aumentata, grazie alle azioni più depravate. Il pubblico ha finito non solo con lo scusare, ma anche perversamente con l’ammirare l’aspetto più tenebroso dei loro idoli popolari. Dopotutto, soltanto un bugiardo negherebbe che la violenza può essere divertente; molte star del rock, film come Point Blank ed i molti fornitori di attraente violenza, dal momento in cui hanno tutti capitalizzato esattamente su questo fatto ed hanno fatto molto più soldi di quanti ne potremmo fare noi, e la svolta estetica che rappresenta tanto della cultura moderna, hanno soppiantato le panoramiche e le misure morali con le quali prima poteva essere giudicata.
Questa svolta estetica è, secondo me, un modo più adeguato di comprendere la società moderna di quanto non siano tutte le chiacchiere a proposito della linguistica. Questo concetto ci permette di fare giustizia all’aumento progressivo dell’importanza dell’aspetto esteriore e visivo nella nostra cultura, come evidenziato e inculcato dai film, dalla TV e da internet. È così spiegata la propensione di molti nell’auto-proclamata avanguardia culturale di allegare l’epiteto shibboletico “post” davanti ad ogni cosa, indicando il loro essere di tendenza, non per argomentazioni, ma per pavoneggianti e pretenziosi imballaggi verbali che nascondono la natura vuota della loro insensatezza tragicomica, come potrebbe essere qualche pezzo di carta da regalo sgargiante che avvolge una scatola di scarpe vuota. Ci permette anche di trovare un senso alla focalizzazione ossessiva su celebrità osannate e innalzate senza motivo che vivono una vita di esagerazioni, senza freni, la cui vita è, comunque, un punto di riferimento ossessivo dell’interesse pubblico ed i cui punti di vista su qualsiasi cosa, a cominciare dal modo di arredare le loro case fino alle loro scelte bancarie, con decisioni seguite anche da coloro che sono più esperti. A chi importa che quella data “star” era un consumatore/consumatrice di sostanze tossiche, un/una fuorilegge; basta che sia una star di fama e di bell’aspetto! Queste ultime caratteristiche sono sufficienti per avere qualcosa da dire tanto importante che vale la pena copiare e seguire, su ogni possibile argomento.
Questo ci porta vicino a molto di ciò che circonda anche noi, persino o particolarmente fra coloro che si vantano del loro amore per la pace e per la tolleranza. Dopotutto, la svolta estetica non comprende necessariamente la violenza, soltanto il ruolo di controllo dello stile sulla sostanza. In un bilancio Yin-Yang, può anche manifestare sé stesso in termini di tolleranza acritica. “Lasciamo stare le argomentazioni, consideriamo il tono” è il mantra virtuale in tutte le aree della società occidentale, ma si tratta certamente di un’argomentazione deviante e subdola: la maggior parte delle persone sarebbero d’accordo che dobbiamo stare attenti a come diciamo ciò che diciamo, eppure se le uniche argomentazioni che presentiamo hanno a che fare con il tono e con la capacità di convincimento, allora stiamo testimoniando una svolta estetica che, ancora una volta, trasforma lo scenario morale e disperde la discussione ed il dibattito evacuando ogni contenuto reale.
È in questo fatto che giace l’ironia finale di tutto il discorso sul “tono”: che abbiamo a che fare con la violenza o con la tolleranza, il degrado e la perdita dello scenario o della struttura portante di riferimento della morale all’interno della quale questi concetti estetici possono operare, crea una specie di nichilismo sostanziale e non serve tanto per stabilire il tono di qualsivoglia discussione, quanto per liberarsi dell’impegno intellettuale sostanziale, liberandolo da ogni legame sin dall’inizio.  In Point Blank, Walker era almeno onesto: voleva i suoi soldi, non gli interessava in che modo; io sospetto che i moderni apostoli della tolleranza abbiano un’integrità alquanto inferiore. Giocando la carta estetica del “tono e tolleranza”, essi sono, ironicamente, i più ingannevoli e intellettualmente violenti di tutti.

Testo pubblicato originariamente sul sito reformation21. Tradotto e riprodotto qui con l’autorizzazione da parte dell’editore Alliance of Confessing Evangelical. Il suo utilizzo totale o parziale è proibito in ogni forma previa richiesta e autorizzazione di InfoStudenti. Il contenuto del presente articolo non è alterabile o vendibile in alcun forma.
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