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L’associazione fondata da Giovanna Cavazzoni che assiste i malati terminali ha raccolto le testimonianze e le domande sulla morte degli studenti dell’Istituto Majno di Milano

«Rigore e fantasia». Su questo binomio Giovanna Cavazzoni ha fondato, 34 anni fa, Vidas, l’associazione di assistenza ai malati terminali. È stato un percorso lungo, anche faticoso ma paradossalmente felice. «Far sì che fino all’ultimo respiro sia vita»: non facile, ma possibile, se hai persone pronte alla compassione totale e gratuita. «Il donarsi agli altri senza nulla attendersi in cambio ci ritorna come la forma più evoluta di felicità», ha detto il poeta Giovanni Raboni pensando all’impresa di Vidas. Bisogna sapere parlare di vita e di morte. Affrontare il pensiero della morte senza farne un tabù: ci vogliono «rigore e fantasia». Comunicare questi concetti ai giovani e insieme ascoltarli, i giovani. Saperli ascoltare. Solo allora ci si può stupire di certi pensieri che affiorano dalle loro labbra. I dialoghi di Vidas con i giovani, a partire dal 2010, nascono da qui: incontri con le scuole inferiori e superiori sui temi della cura, della separazione, dei limiti, della malattia, della fine, per smuovere le sensibilità e le coscienze. Le testimonianze dei tredicenni e quattordicenni dell’istituto milanese Majno, raccolte dagli psicologi e dagli assistenti sociali di Vidas, sono state videoregistrate: fanno parte, dice Raffaella Gay, dell’attività culturale dell’associazione, così come i tirocini della scuola-lavoro nell’hospice avviati con tre scuole superiori milanesi.

La morte dunque, per questi ragazzi, può essere tante cose, ovvie o spiazzanti: il rimpianto per non aver passato abbastanza tempo con il nonno malato («una lontananza mascherata da rispetto…»), «la fine di un’esperienza di gioia e di sofferenza», «un passaggio molto curioso perché nessuno sa cosa accade dopo», «il desiderio di vivere la vita nel modo migliore», «il termine di un percorso», «il ricordo di un bagno notturno in mare in cui non mi ritrovavo più», «una cosa che un po’ spaventa». Come si convive con questo pensiero? Con diversi gradi di consapevolezza (o di rimozione): «non pensandoci», «vivendo come se non si dovesse mai morire», «sapendo che c’è qualcuno che ti vuole bene», «pensando che si tratta di una cosa che accadrà in un futuro lontano», «sfruttando al meglio le possibilità della vita», «accontentandosi delle piccole gioie», «vivendo ogni minuto come fosse l’ultimo», «accettando l’idea», «sapendo che la vita non è una cosa scontata», «vivendo con felicità».

E ci sono anche le riflessioni scritte di un istituto superiore professionale milanese, che risalgono al 2011 e che possiamo leggere solo oggi. Brevi pensieri appesi al ricordo di una zia morta di cancro: «Pensavo a lei tutti i giorni, non riuscivo a dimenticarla». Cosa si sente quando la morte è vicina? «Ho chiesto a mia nonna e mi ha risposto: questo devi scoprirlo quando arriverai a una certa età». C’è chi si domanda: «Perché ci hanno creati per farci stare bene/male?». C’è chi vede nella morte il solo modo per godersi la vita e «apprezzare meglio il tempo che viviamo e le persone che ci circondano». C’è chi la identifica con l’oscurità e si chiede perché «Dio deve farci soffrire». C’è chi è più combattivo: «Mi dicono che è il ciclo della vita, voglio cambiarlo». C’è chi la annovera tra le fasi della vita, anche se «non si è mai pronti per smettere di vivere». L’aggettivo più ricorrente è anche il più semplice: «brutto». I sostantivi sono: «angoscia», «paura», «panico», «rabbia», «dolore». «Ingiustizia» soprattutto se avviene in giovane età. Dio? Su trenta riflessioni, solo una parla di una «missione che finisce in terra e di un’altra che comincia in cielo». Un’altra parla di anima e di paradiso (minuscolo): «lassù tutti ci rincontreremo un giorno». C’è un pensiero solo apparentemente contorto: «Vuol dire essere troppo perfetti per rimanere in questo brutto mondo». Dio semmai è più un’idea di ribellione che di conforto. Pochi associano la morte con un’immagine di serenità e di pace, mentre alcuni pensano che sia necessaria «per fare spazio nel mondo ad altre persone». Il pensiero va più a ciò che si lascia che a ciò che si trova, dopo. Eppure qualcuno si chiede: «La paura del morire non è il morire stesso ma è il fatto di andare in un posto completamente sconosciuto». E anche: «Tutto ciò che ho coltivato e che ho costruito dove andrà a finire?». E gli altri? «La morte è abbandonare le persone che ti vogliono bene». E in definitiva: «Perché fare di tutto per avere successo e poi morire?».

E c’è una quindicenne che la morte l’ha vista passare, all’età di quattro anni. O meglio, non l’ha vista, ma l’ha patita. Una storia esemplare. Quando sua sorella, incinta a 17 anni, si è ammalata di leucemia («non potevano farle la chemio per via della bimba nel suo pancino»), i genitori decisero di mandarla da una zia. Il tema comincia con il presente («la sento ancora la notte quando mi accarezza i capelli»), ma i ricordi la costringono a passare subito all’imperfetto: «L. mi portava all’asilo, al parco, mi faceva il bagnetto… Lei era più presente di mia mamma che doveva lavorare». S. non sa nulla di nulla, viene protetta, tenuta all’oscuro: «Pensavo che ritornata a casa ritrovavo la mia bella sorellona con i suoi capelli biondi e i suoi occhioni azzurri e il suo pancino con cui parlavo». Viene richiamata a casa dopo un paio di mesi, quando tutto si è compiuto («quando mia mamma si riprese»). «Dov’è la L.?, dicevo… Piangevo. L.! L.! chiamavo. Ma lei non veniva… “È partita, amore” mi dicevano… Io salutavo gli aerei che vedevo nel cielo sperando che mia sorella mi vedeva!! Poi col passare del tempo ho capito! Alcune volte sento il suo profumo. Mi vengono in mente ricordi… Quanto mi manca! E io, io cosa dovrei pensare di questa fottuta morte? È ingiusta, dico solo questo».

Caso esemplare. Ed è da qui che parte, dal vuoto del tabù familiare, Gino Rebosio. È lo psicologo che segue gli incontri con i ragazzi. Piccoli e grandi. Uno «psicologo che viene dai matti», si definisce, avendo cominciato negli anni Sessanta, «quando i manicomi erano manicomi» e avendo poi continuato con la cosiddetta «psichiatria politica»: «Più si va in basso — dice — più è possibile parlare di morte, più si sale con l’età e più diventa difficile: con i genitori è difficilissimo, ma il problema vero è cercare, su questi temi, un dialogo tra le generazioni». La solitudine dell’adolescente, l’assenza di dialogo è l’argomento-chiave, una volta di più: «Ho raccolto storie in cui i ragazzi riconducevano la malattia del nonno al silenzio del contesto familiare, mentre loro sentivano il bisogno di un chiarimento che avrebbe diminuito l’ansia su un dato di realtà come la morte. Quando chiedevo: con chi ne parlavate?, rispondevano: con i nostri amici. Il dialogo con i coetanei compensa la mancanza del dialogo tra le generazioni». La differenza è tra spiegazione e condivisione: «La morte non richiede una spiegazione, ma una condivisione, una compartecipazione: la spiegazione, eventualmente, viene dopo, perché quel che conta nell’immediato è il piano emozionale, affettivo, non tanto quello cognitivo… Dunque, vado dal mio amico per vomitare il mio star male. Oggi in noi adulti, se va bene, prevale la cultura della spiegazione, dell’educazione, oppure la cultura del silenzio protettivo se non dell’assenza».

Gino, che ha superato da un bel po’ i settanta, racconta le sue estati in un paesino, sul Lago Maggiore, con la bisnonna materna, le passeggiate per raggiungere il pollaio, la sosta per il Requiem alla cappelletta votiva con i teschi in bella vista, il casée, il prete, i due matti del paese, le visite ai morti: «La morte per noi bambini era una cosa naturale, oggi si è patologizzata, un po’ come il parto. Quanti familiari di malati terminali che stanno in casa mi chiamano per chiedere come comportarsi con i bambini: la tentazione è sempre quella di allontanarli per non farli soffrire. Ma prima o poi soffrono anche i ragazzini, è inutile fingere che la sofferenza nella vita non esista: oggi c’è il tabù della morte esattamente come ai miei tempi c’era il tabù del sesso. Noi da bambini giocavamo nella stessa stanza in cui il nonno era a letto malato…». Rebosio si è laureato su questi temi a Ginevra con Jean Piaget, maestro della psicologia dello sviluppo, poi per vent’anni ha studiato il «processo a morire» con Vidas. La sua allegria non sembra per nulla oscurata da questa esperienza. Nessuno conosce come lui il rapporto dell’infanzia e dell’adolescenza con la morte: «Fino ai 10-11 anni la perdita rimane legata all’esperienza del cerchio familiare: è sentita come fine di riti e di rapporti. Dopo viene coniugata in termini più astratti, quasi filosofici. In tutti c’è la domanda su cosa viene dopo, per dare senso a qualcosa di inevitabile che devi subire. Il fatto sorprendente è che nei morenti tutto questo costrutto si perde e oltre alla paura c’è la preoccupazione delle conseguenze: l’essere dimenticati. Una vecchina una volta mi ha detto il suo desiderio». Qual era? «Mi ha detto: vorrei essere sepolta dentro nei miei. Quella per lei era l’immortalità, non morire nel ricordo dei suoi cari. L’altra preoccupazione è la conflittualità, perché con la rabbia vieni espulso. Un anziano una volta ha espresso ai due figli la sua unica volontà: chiedeva loro di andare a mangiare tutti gli anni in un certo ristorante…».

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