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Uno studente su cinque abbandona per sempre. Il record spetta alle facoltà di Matematica. E all’ateneo di Chieti, il 18,5% delle matricole delle statali lascia disorientati, stanchi e delusi, già dopo il primo anno. Succede così che (quasi) uno studente su cinque, abbandoni gli studi dopo appena dodici mesi dall’immatricolazione. Perché l’impatto con l’università non è tra i più facili. Aule affollate, professori da rincorrere, piani di studio da realizzare, appuntamenti con tutor da consultare, volumi di oltre duecento pagine da studiare nell’arco di pochi giorni. Senza considerare i costi. Un mix che, secondo quanto pubblicato dall’ultimo rapporto sullo stato dell’università (realizzato dal Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario, organo istituzionale del ministero dell’Università e della ricerca), scoraggia moltissimi studenti. Dei circa 285 mila immatricolati delle università statali all’anno accademico 2006-2007, hanno proseguito gli studi circa 232 mila ragazzi, con un tasso di abbandono pari al 18,5%. «Appena incontrano delle difficoltà i giovani scappano», spiega, con un po’ di ironia, Luigi Biggeri, professore dell’università di Firenze e presidente del Cnvsu. Poi torna serio: «La motivazione più importante alla base di questo fenomeno è la mancanza dell’orientamento e del tutoraggio».

I ragazzi insomma non hanno le idee chiare sul percorso di studi da intraprendere e nella scelta sono poco aiutati dalle scuole. Non solo. «Una parentesi fondamentale è la politica del diritto allo studio – aggiunge Biggeri – gli studenti fuori sede devono viaggiare, prendere i mezzi pubblici, districarsi nel traffico e nelle difficoltà, anche economiche, che un qualsiasi corso di laurea impone. L’abbandono può essere una conseguenza importante di questo problema». Per qualcun altro però, questo tasso di abbandono è considerato «fisiologico». Basti pensare che da noi è più o meno costante da ormai dieci anni, anche se dopo la riforma del 3+2 le cose sono leggermente migliorate (nell’anno accademico 98-99 era del 20,9% secondo il Cnvsu). Ma dando un’occhiata agli altri Paesi europei, l’Italia ha un tasso di abbandono universitario tra i più elevati. In Olanda ad esempio, si registrano nelle università solo il 7% di mancate iscrizioni dopo il primo anno. In Gran Bretagna appena l’8,6% di iscritti lascia l’università (anno accademico 2006-2007) e in Spagna, dove gli abbandoni al secondo anno sono molto numerosi, si arriva al 15%. I nostri vicini francesi si fermano al 6%.

«Ci sono tre spiegazioni a questo fenomeno – spiega Marino Regini, prorettore dell’università di Milano, che sulle carenze vere o presunte del nostro sistema universitario ha pubblicato il libro Malata e denigrata. L’università italiana a confronto con l’Europa – innanzitutto l’Italia è, insieme alla Spagna, uno dei pochi Paesi a non avere un canale professionalizzante alternativo all’università. Ciò produce l’immissione negli atenei anche di studenti non particolarmente motivati a studi più teorici. Non abbiamo inoltre selezione all’ingresso, se non per alcuni corsi di laurea, e soprattutto abbiamo un sistema di diritto allo studio che è veramente scarso. L’80% dei nostri ragazzi non usufruisce di borse di studio, abbiamo pochissime residenze universitarie e spendiamo appena lo 0,04% del Pil in servizi agli studenti. È chiaro che i nostri ragazzi sono più attratti dei loro coetanei stranieri da qualche lavoretto che consenta loro di mantenersi». E che aumenta la durata degli studi. Da non sottovalutare, poi, il carico di lavoro. «Ancora pochi atenei – aggiunge il presidente del Comitato di valutazione del sistema universitario – fanno studi seri sul carico di lavoro assegnato agli studenti in rapporto ai crediti degli esami. È ora di cambiare le cose».

Completamente diversa la situazione negli atenei «privati» in cui ad abbandonare gli studi sono davvero in pochi (6,5% nel 2007/2008). Una scelta dunque, quella dell’università non statale, che sembra essere più consapevole. Ma non mancano casi di atenei pubblici particolarmente virtuosi: la Bicocca ad esempio, quasi cinquemila immatricolati nell’anno accademico 2006-2007, ha un tasso di abbandono pari al 4,3%. Stessa cosa succede a Bergamo (4,9%) e Trieste (7,9%) e in molti atenei del Centro e del Sud Italia come la Napoli II (5,6%), all’Aquila (8,3%) e a Urbino (6,3%). Al contrario invece, tra le facoltà più «abbandonate» dai ragazzi c’è Scienze matematiche, fisiche e naturali (26,6% per l’anno 2007-2008), Farmacia (23,9%), seguita da Agraria (23,7%) Sociologia (22,6%) e Giurisprudenza (21,5%) con Scienze politiche (20,1%). I dati di ogni singola facoltà però, tengono a sottolineare dal Cnvsu, sono una stima del reale tasso di abbandono. Infatti non prendono in considerazione né i passaggi degli studenti da una facoltà all’altra (ma il totale di ogni università è un dato reale e non stimato), né le immatricolazioni che avvengono «convalidando» le esperienze lavorative. In cui può succedere, dopo appena un anno dall’iscrizione, di passare direttamente alla laurea.

È per questo che si lamenta Franco Cuccurullo, rettore dell’università di Chieti e Pescara che dai dati del Comitato di valutazione risulta l’ateneo italiano con il maggior tasso di abbandono (39,3%). «Questi calcoli sono sbagliati – commenta il rettore – perché comprendono sia i trasferimenti che i riconoscimenti creditizi. Da noi gli immatricolati effettivi per l’anno 2006-2007 sono stati 5.237 e non 7.513 come dice il Miur. L’anno successivo abbiamo avuto 4.564 iscrizioni con un tasso di abbandono effettivo del 13,1% e non del 39,3%». Chi l’università la vive tutti i giorni, e dalla parte degli studenti, invita le scuole a svolgere una maggiore e più puntuale attività di orientamento. «La difficoltà maggiore – spiega al telefono tra una lezione e l’altra Diego Celli, 23 anni, studente del corso di laurea specialistica in giurisprudenza all’università di Bologna e presidente del comitato nazionale degli studenti universitari – è che i ragazzi si iscrivono a un corso di laurea senza sapere effettivamente in cosa consiste. L’orientamento che si fa oggi agli studenti non approfondisce la cosa più importante, ossia cosa si studierà all’università».

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