Un solo paese ha la ricerca della felicità inscritta nella Costituzione come un diritto inalienabile, ma le donne d’America nonostante questo diritto hanno perso terreno rispetto a 35 anni fa. Non solo, anche le donne di altri 12 paesi, quasi tutte, Italia compresa, hanno dovuto arretrare. Più scuola e università, più lavoro spesso appagante, più visibilità e peso negli affari un tempo tutto maschile, più politica, più ruolo insomma, e meno felicità.

Sono alcuni anni che il robusto filone della happiness economics, a cavallo tra economia, sociologia e psicologia, scava nell’animo oltre che nel portafoglio e l’ultimo saggio di questa scuola ci dice che le donne americane non sono felici. O meglio, sono meno appagate degli uomini, mentre un’infinità d’indicatori quantitativi dovrebbero poter concludere che sono più felici. «La misurazione del benessere soggettivo delle donne indica un calo sia in termini assoluti sia relativamente agli uomini», dicono Betsey Stevenson e Justin Wolfers, due economisti della Wharton School dell’Università di Pennsylvania, la più antica e fra le migliori business school americane. Pubblicato adesso dal National bureau of economic research, lo studio s’intitola The paradox of declining female happiness. Conferma una tendenza misurata già da qualche anno. E contraddice la diffusa idea che a un maggior peso nella società e nel lavoro corrisponde più felicità.

I criteri della ricerca
La felicità, si chiedeva Albert Camus, che cos’è la felicità se non la semplice armonia tra l’uomo – la donna in questo caso – e la vita che conduce? Lo studio di Stevenson e Wolfers non definisce la felicità, ma la misura attraverso l’utilizzo dei dati della Gss (General social survey), della Monitoring the future survey, di altri indagini sistematiche e a campione e, per l’Europa, di Eurobarometro. I concetti presi in esame sono quelli di benessere soggettivo, soddisfazione nella vita e felicità. Il benessere soggettivo è aumentato in molti Paesi, e l’Italia ha visto, dice lo studio, un particolare incremento. Ma alla fine la felicità delle donne rispetto a quella degli uomini è diminuita ovunque, in modo più sensibile negli Stati Uniti, e con unica eccezione, dicono alcuni dati, la Germania.

Un libro del 1989, che ebbe largo impatto e s’intitolava The Second Shift (Il secondo turno), ricordava che le donne avevano acquisito sì posizioni di rilievo, ma una volta rientrate a casa dovevano incominciare un secondo turno. Oggi la soddisfazione finanziaria è diminuita per le donne, che sempre di più gestiscono le finanze familiari, perché tutto il ceto medio è arretrato. La soddisfazione nel matrimonio è diminuita, in modo pressoché uguale fra donne e uomini. Ma sono le donne ad averne risentito di più sul piano della felicità generale.

Una crescente e inarrestabile atomizzazione della società – difficoltà di comunicare e fare gruppo – potrebbe venir pagata più duramente dalle donne, sostengono Stevenson e Wolfers, parlando soprattutto del caso americano. Uno dei più noti politologi americani, Robert Putnam, pubblicava nel ’95 un articolo, e nel 2000 un libro dal titolo significativo, Bowling alone (Da soli al bowling), sulla crisi del tessuto sociale e la perdita di un capitale civico. «Una lunga generazione civica, nata nei primi 30 anni del XX secolo, si sta ora ritirando dalla scena – scriveva Putnam -. I loro figli e nipoti sono molto meno impegnati in forme di relazione sociale». E le donne, si direbbe, ne avvertono più degli uomini la mancanza. Volendo stendere lo sguardo più indietro, osservazioni analoghe, brevi e impressionistiche, precise tuttavia e preveggenti, venivano fatte molto tempo prima, a metà degli anni 30, da George F. Kennan, allora diplomatico non ancora famoso, da sempre sospettoso della modernità. Durante un viaggio in bicicletta nel suo Wisconsin osservava come l’automobile avesse ridotto i contatti sociali in America rispetto a un’Europa che ancora viaggiava insieme, s’incontrava nei locali vicino a casa, viveva una vita di comunità che ancora oggi – si può aggiungere – meglio resiste forse alla solitudine di massa.

Non basta, tuttavia, a evitare che anche in Europa la felicità della donna sia in declino. Sono gli uomini in Europa ad avere retto meglio e con più soddisfazione a un miglioramento del benessere soggettivo e della soddisfazione nella vita – cresciuti, indicano i sondaggi di Eurobarometro, ovunque – con l’unica eccezione di un piccolo calo in Grecia e di uno più significativo in Belgio. Le donne, invece, negli ultimi 30 anni hanno fatto registrare un tasso di felicità decrescente, più o meno uniforme in tutti i paesi a differenza della Germania, dove però potrebbe trattarsi in parte di rilevazioni disomogenee, visto che il gender gap di felicità fra uomini e donne viene registrato da Eurobarometro, ma non dal Gsoep, un database tedesco attivo dal 1984.

«Credo che un dato innegabile per le donne sia il cumulo d’impegni, sul lavoro e a casa – osserva Marta Dassù, direttore dell’Aspen Institute Italia -. C’è poi da aggiungere che in Italia, e forse anche altrove in Europa, all’impegno con cui molte donne affrontano la vita professionale non corrispondono risultati analoghi a quelli di molti uomini, e si rischia di fare molta fatica con scarso costrutto».

Lo studio di Stevenson, una docente di 38 anni, e Wolfers, 36 anni, aggiunge dati europei e aggiorna un filone che gli stessi due autori avevano inaugurato più di due anni fa. Già nel 2007 avevano registrato che, rispetto ai primi ai primi anni 70, i ruoli si erano invertiti. Più felici allora le donne, più felici nel nuovo millennio invece gli uomini. Alan Krueger, un economista di Princeton, documentava sempre due anni fa che gli uomini erano riusciti rispetto agli anni 60 a ridurre le attività meno gradevoli, a lavorare meno e a rilassarsi di più.

Sono molto aumentate le aspettative che la società nutre per ragazze e donne, prima ritenute appagate se avevano una bella casa ben tenuta e dei figli bravi a scuola, e dalle quali oggi ci si aspetta anche oltre a questo una carriera di successo. Ma anche sul fronte familiare – aggiungono Stevenson e Wolfers – la situazione è pesante. «Come risultato sia del tasso di divorzio che delle nascite fuori dal matrimonio a partire dai 15 anni per le madri, circa la metà dei bambini americani non vivono più con entrambi i genitori biologici». E il peso, anche se non tutti i disagi, ricade spesso più sulle donne.

«Negli anni 70 pensavamo di poter realizzare qualsiasi cosa – si legge in uno dei tanti messaggi affidati all’Economist’s View, un rispettabile blog che ha segnalato lo studio dei due docenti della Wharton School e che ha raccolto subito dozzine d’interventi -. La realtà dove da allora ci ha portato la vita non è stata altrettanto bella. La maggior parte delle donne che conosco e che sono diventate adulte negli anni 70 hanno ancora sofferto la discriminazione, superate nella graduatoria per posti migliori perché erano donne. Io una volta sono stata licenziata “perché i ragazzi hanno bisogno di un posto per la famiglia”, come se la mia famiglia non contasse. Ci avevano promesso l’uguaglianza. Ma non l’abbiamo proprio avuta».

Ascoltare gli show radiofonici e andare al cinema, due non sempre positive “passive leisure activities“, guidare l’auto in gite interminabili stavano alterando il tessuto sociale americano, scriveva a metà degli anni 20 il classicissimo Middletown: a study in modern american culture, storia del passaggio di una cittadina del Midwest dal mondo agricolo a quello industriale, con allentamento della cultura civica. Putnam, in fondo, prende le mosse da qui. Il ruolo della donna era, allora e in posti come l’emblematica Middletown, in casa. Ma il gap ricorrente, e universale, in America e in Europa, tra uomini e donne quanto a soddisfazione e felicità dice che le promesse fatte alla donna dalla modernità, negli anni 20 agli inizi e mezzo secolo dopo universali, non sempre vengono mantenute.

Mario Margiocco (Il Sole 24 Ore)