Il nostro titolo si compone di due elementi: il postmodernismo e l’unicità di Gesù Cristo. Che cosa intendiamo con essi? Cos’è esattamente il post-modernismo? Perciò cos’era il modernismo? E cosa intendiamo quando diciamo che Cristo è unico? Quale sfida propone il postmodernismo a chi sostiene che Egli sia veramente unico.
Questi i quesiti che saranno affrontati in questo articolo.

POSTMODERNISMO
‘Postmodernismo’ è una parola notoriamente insidiosa. Persone diverse la usano per indicare cose diverse. Proveremo ad azzardare una definizione, ma prima di tutto dobbiamo soffermarci un attimo a riflettere da dove venga, che genere di cose le hanno dato origine, e in cosa consiste il modernismo, rispetto a cui il post-modernismo sembra porsi come posteriore, rifiutandolo o sorpassandolo.

Siamo sempre stati affascinati da come poter esprimere ciò che è realmente vero, che si tratti di arte, letteratura, filosofia, architettura o economia. Capire cosa sia vero ed essere in grado di esprimerlo è una ricerca di vecchia data.

Il modernismo, poiché fase culturale, è sempre associato all’Illuminismo europeo, alla Rivoluzione industriale e all’Empirismo scientifico: l’idea che ciò che è realmente vero sia tutto ciò che passibile di misurazione esatta attraverso i nostri sensi. Il traguardo di rappresentare ciò che è realmente vero fu inteso come l’essere in grado di misurare perfettamente così da rendere un oggetto, un luogo o una persona. L’invenzione della fotografia durante il periodo modernista fu vista da molti come il mezzo definitivo per raggiungere quest’obiettivo. Persino Picasso poté dire che non aveva null’altro da imparare riguardo alla rappresentazione.

La fotografia diede comunque inizio a una crisi nella rappresentazione del reale. Non è una cosa da nulla immortalare un istante in un fermo-immagine, ma presenta allo stesso istante delle mancanze sotto molti altri aspetti, cruciali per capire le persone e il mondo. Non è adatta a catturare il movimento (cosa che gli impressionisti provarono a correggere), sostituisce l’originalità con la tecnologia, permette di vedere solo un punto di vista alla volta. Realizzando i limiti della fotografia nel catturare e restituire la realtà, l’intera capacità di valutarla quantitativamente in maniera precisa cominciò a essere messa in discussione. E con essa anche la pretesa modernista di trovare elementi scientificamente provati sui quali basare ad ogni modo l’esistente.

Possiamo notare che Picasso e gli altri reagirono allora iniziando a dipingere le loro visioni della realtà in modi completamente diversi e anti-rappresentativi. Cose simili erano appena accadute in Filosofia, specialmente nell’opera di Nietzsche, ma anche in molti altri campi: dall’architettura all’etica, dalla musica alla fisica, i sostenitori delle varie discipline cominciarono ad accettare prima l’idea che quella rigorosa potesse non essere l’unica misurazione possibile della realtà, poi anche che essa non fosse quella più importante.

Il passo successivo fu il mettere in questione se siamo o no capaci di misurare la realtà, e se si possa convivere con l’imposizione del materialismo scientifico sulla vita di tutti i giorni. Per esempio, le correnti moderniste annunciarono la Prima guerra mondiale come la guerra per terminare tutte le guerre, il conflitto che avrebbe finalmente posto fine ai conflitti, poiché si era ormai imparato a porre il razionalismo scientifico nelle pratiche quotidiane. La Seconda guerra mondiale lanciò perciò una sfida fatale al razionalismo scientifico.

In questo modo ebbe origine una sfiducia nel modo di misurare la realtà che proclama: “Possiamo comprendere ogni cosa!”. Si cominciò ad asserire che secondo una visione sperimentale ed empirica è semplicemente inconcepibile; ma quando invece fu concepito, condusse al totalitarismo, come nella Russia comunista, il più grande e singolare tentativo di misurare e controllare la vita in virtù dei principi dell’Illuminismo scientifico.

Se il cuore del modernismo era l’idea che la spiegazione su vasta scala potesse consegnare tutte le risposte, al centro del postmodernismo c’è il suo completo rifiuto. Infatti, nel suo famoso e provocatorio libro, “La condizione Postmoderna”1, Jean François Lyotard può definire il postmodernismo come un “sospetto nelle meta-narrazioni”. L’affermazione di Lyotard è il risultato naturale del collasso della rappresentazione del reale, e di pensatori che mettono in discussione le supposizioni illuministiche, riguardanti la misurazione e la categorizzazione della realtà. Ci si aspetta allora che se le grandi narrazioni non forniscono soddisfazione alle condizioni di vita umane, allora l’unica possibilità è vivere di una serie di micro-narrazioni. Ognuno di noi ricava la propria storia personale, credendo che ogni fondamento più ampio di verità o di comportamento sia semplicemente indisponibile.

Vorrei farvi qui notare che nonostante gli effetti di questo tipo di argomentazione possano oggi essere riscontrati in molti ambiti di vita e studio, si tratta primariamente di una questione di pensiero. È il pensiero che non ci permette di accedere alla verità. È poiché il postmodernismo affonda le sue radici in un modo di pensare che lo intende, che esso supera così facilmente i confini. Oggi troviamo, infatti, il pensiero postmodernista in aree che non avevano nulla a che fare con il modernismo. Esso ha attraversato i confini del dibattito modernista verso nuove aree, e a mio parere, per rimanerci.

SFIDUCIA NELLE META-NARRAZIONI
Troviamo qui un primo pilastro della nostra definizione di postmodernismo: sfiducia nelle metanarrazioni. Noterete che esso non è semplicemente anti-moderno, ma è anche anti-autorità di ogni genere. Il desiderio è di sostituire la presunta autorità tirannica esterna, con il sé arbitro di verità.

Il postmodernismo rivendica che il tipo di sapere oggettivo cercato dal modernismo è semplicemente indisponibile, e perciò le nostre azioni, i nostri pensieri, noi stessi, non otteniamo significato dall’esterno, obbedendo a degli standard fuori di noi, ma solamente dall’interno. Non c’è alcuna possibilità che giudizi critici e di valore possano essere verificati attraverso un criterio esterno, oggettivamente valido per tutti. L’unico paragone possibile di significato, valore o verità, è dunque l’individuo stesso. Infatti, le parole non comunicano più qualcosa di permanente, perché esse stesse non hanno un legame con alcun criterio di giudizio esterno, ma significano solo ciò che l’individuo desidera che esse significhino. Come disse il romanziere William Golding: “Se Dio è morto; se l’uomo è l’essere più alto; il bene e il male sono decisi dal voto di maggioranza”. Questo è l’esito ultimo della posizione relativistica, così che siamo incapaci di sapere se i nostri valori siano buoni o cattivi.

RELATIVISMO
Ecco qui il secondo pilastro del postmodernismo: il relativismo. L’idea che tutto il sapere o le rivendicazioni di ciò che è verità siano solo relative ad altre affermazioni di verità, e non a un qualche standard esterno. Perciò non c’è alcun criterio per giudicare la differenza tra le due. Siamo noi quelli che diamo valore e significato alle cose a questo punto.

È per questa ragione che chiunque rivendichi oggi di possedere la Verità è etichettato come intollerante. Perché se abbiamo la Verità, allora stiamo dicendo che tutti gli altri hanno torto, e per definizione relativista non abbiamo nessun diritto o criterio di far ciò. Pertanto saremmo solo arroganti, addirittura fascisti. Vogliamo solamente potere. Secondo standard relativisti, i Cristiani sono effettivamente non etici ad affermare che c’è una sola via che porta a Dio.

Quello che è qui realmente accaduto è una separazione tra il linguaggio di ciò che si crede e il linguaggio della verità. Ciò in cui si crede non deve essere più necessariamente legato alla verità, ma solo alle opinioni e ai sentimenti. Perché ciò che si sente è oggi il metro del valore di una convinzione, cosa è innescato in me è il più importante criterio per decidere sul valore di un’idea.

IL PLURALISMO FILOSOFICO
In questo modo giungiamo al nostro terzo e ultimo pilastro del postmodernismo: il pluralismo filosofico. Non il genere di pluralismo che ci dice che apparteniamo a una società multi-sfaccettata, con svariate razze, colori e fedi, che vivono fianco a fianco, ma il pluralismo che lo sostiene affermando che niente è assolutamente vero, e quindi che tutte le opinioni di religione e credo sono ugualmente valide. In quest’ambiente siamo incoraggiati ad attingere e mischiare le nostre personali visioni del mondo da un intero universo di opzioni. Le nostre decisioni non devono essere a lungo termine, e ci è richiesto un basso livello d’impegno. Infatti, la crescente varietà di scelte rende sempre più difficile per molte persone addirittura prendere delle decisioni, in termini di giudizio di valore. L’eccessiva quantità di scelta, lontana dall’accrescere le nostre possibilità nell’area della fede, sta quindi rapidamente uccidendo la possibilità di prendere delle decisioni ragionate.

L’UNICITÀ DI CRISTO
Abbiamo detto fin qui abbastanza per quanto riguarda il postmodernismo. E per quanto riguarda l’unicità di Cristo? Che cosa intendiamo quando diciamo “l’unicità di Cristo”? E quali sono le implicazioni della sua unicità per una cultura contemporanea che nega la verità e deifica il sé?

Cristo è unico in tutti i modi di essere, non è vero? È unico nel sapere, il suo insegnamento è unico, la sua morte e resurrezione sono uniche, i suoi miracoli sono unici, la sua vita senza peccato è unica. Il modo in cui rivela Dio è unico. Il suo carattere è unico, re e servo allo stesso tempo.
Forse per la nostra cultura la cosa più importante da dire è che l’autorità di Gesù è unica.

Analizziamo ora insieme alcune domande, cui tenteremo di rispondere attraverso le fonti bibliche.

D: Su quali basi poteva Gesù affermare l’unicità della sua autorità?

R: Gesù insegnava come uno che ha autorità, non come gli altri (Marco 1:27, Luca 4:36). La sua autorità nel parlare, nell’agire, in sostanza il suo ministero e la sua vita derivano da chi Lui è.

D: Leggi Giovanni 5:16-27. Qual è la fonte dell’autorità di Gesù? Che tipo di autorità ha?

R: Gesù è il Figlio di Dio par excellence. Egli fa solo ed esattamente ciò che il Padre fa. L’identificazione è così vicina, e così chiara, che gli Ebrei lo vogliono uccidere perché lui si è fatto uguale a Dio. L’unicità di Gesù non sta in primo luogo in una vita senza peccato, o in un ministero esemplare, anche se queste cose sono entrambe uniche e meravigliose. No, l’unicità di Gesù è prima di tutto il suo essere sovrano, l’onnipotente Dio creatore, fatto carne.

La Sua capacità nel portare avanti il suo ministero dipende tutta da ciò. Per esempio in Marco 2:7 Gesù perdona i peccati, ed i farisei gli chiedono ironicamente: “Chi può perdonare i peccati all’infuori di Dio?”, e di certo la risposta è nessuno. Solo la parte maggiormente offesa attraverso un peccato lo può perdonare, e cioè Dio. Considerate inoltre un miracolo come il calmarsi della tempesta, un evento unico, se ce ne sia mai stato uno.  I discepoli sono lasciati attoniti con una domanda in mente: “Con chi mai abbiamo a che fare?”. E la risposta è ovvia, colui che rende immobili le onde, è colui che controlla gli oceani con una parola dalla sua bocca. Lo può fare in virtù di chi lui è.

Questa non è un’invenzione imposta su Gesù da scrittori seguenti. Gesù è molto felice di affermare le prerogative di Dio per se stesso, in un modo che era semplicemente impensabile per una cultura monoteistica, forte come lo era quella di cui stiamo parlando. Lui accetta l’adorazione di Tommaso dopo la resurrezione, “mio Signore e mio Dio”, si identifica nel linguaggio della divinità, specialmente attraverso la grande dichiarazione “IO SONO”, nel Vangelo di Giovanni. “IO SONO” (YHWH), la grande espressione dell’Antico Testamento del nome di Dio e della Sua persona. IO SONO il pane della vita. IO SONO il vero vino, IO SONO il buon pastore, prima di Abramo IO SONO.

Gesù ha autorità unica in virtù di chi Lui è. Dio è sovrano, sa tutto e rivela le cose. Gesù è chiaramente in possesso di un sapere unico.

Altre domande.
D: Leggi Giovanni 3:11-13. Perché il sapere di Gesù è unico? Che cosa dobbiamo fare in risposta alle parole di Gesù secondo questi versi?

R: L’inequivocabile affermazione del Nuovo Testamento è che Dio lasciò delle impronte nella sabbia della Palestina. È dunque necessario obbedire a Gesù. Le Sue parole sono vere, perché Lui è Dio. La Sua rivelazione di Dio è perfetta. Lui è, usando le parole di Colossesi 1, l’immagine del Dio invisibile, la rappresentazione esatta del Suo essere.

E più importante, è l’unica offerta per il peccato. Non possiamo pagare il prezzo da soli, eccetto che con il giudizio, la morte e l’Inferno. Dio Padre, però, diede il Suo figlio unigenito come un sacrificio espiatorio per il peccato. Lo fece divenire peccato, Lui che non conobbe peccato, per noi, così che potessimo diventare “la giustizia di Dio in Lui”2 (II Corinzi 5:21). E questo, lontano dall’essere una concessione di autorità a Se stesso, è profondamente umiliante. Lontano dal poter affermare i propri meriti, dobbiamo andare ai piedi della croce e ammettere il nostro peccato, riconoscere che quello era Dio, che là sta morendo per me, e chiedere umilmente il Suo perdono.

Quando Tommaso cade ai piedi di Gesù e lo venera come Signore e Dio, questa non è in nessun modo una questione soggettiva o relativista. Non era Dio solo per Tommaso, ma è possibile prendere il suo esempio o meno, o farsi da soli la propria versione. È Dio sopra tutto. Leggete Colossesi 1:15-20.

Così quando Lui comanda, ha il diritto di perfetta obbedienza. Noi siamo Suoi, poiché Lui ci ha creato, e come Cristiani poiché Lui ci ha RISCATTATI3 con il Suo sangue.

Domande conclusive.
Dobbiamo infine chiederci come l’unicità di Cristo interessi l’intera questione del postmodernismo. Ricordate i nostri tre pilastri del Postmodernismo: sfiducia nelle meta- narrazioni, relativismo e pluralismo.

D: Come può ciascuno di essi mettere in discussione il diritto unico di Cristo sulla nostra obbedienza? Che cosa dicono riguardo alla Sua autorità e divinità?

D: Come può la comprensione, attraverso la Bibbia, dell’unicità di Cristo mettere in discussione questi tre pilastri del postmodernismo?

D: Perché è di vitale importanza essere sicuri dell’unicità di Gesù?

R: Metanarrazioni: il piano della salvezza di Dio, di cui Gesù è il culmine, è una metanarrazione vitale. Se non si capisce bene questo, si è condannati, letteralmente.

Relativismo: Gesù lo conosce e lo rivela accuratamente. Lui comanda obbedienza e la merita. Indica Lui come il centro, non me stesso. Il relativismo dice che esiste di tutto per completarsi, di trovare il significato in se stessi, ecc… Gesù dice che quello da soddisfare non sono io stesso ma Dio. Solo nella morte sacrificale di Gesù, la GIUSTIZIA di Dio trova la soddisfazione per la nostra condizione di peccato.

Pluralismo: Giovanni 14 dice: “IO sono la sola via a Dio”.

Come dovremmo dunque rispondere al confronto tra una cultura che nega l’unicità di Cristo e il Dio che richiede che tu ti ponga in ginocchio e onori Suo Figlio?

Marcus Honeysett

NOTE

1) Jean François Lyotard, “La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere”, Feltrinelli, Milano 2002

2) “Giustizia di Dio in Lui”, espressione biblica usata in II Corinzi 5:21 che intende: ‘resi giusti, senza più peccato, dunque giustificati (e perciò perdonati), perché Gesù ha subito sulla croce la condanna da noi meritata’. Il tutto esprime un profondo senso di giustizia che lascia intendere che da Dio proviene un perdono ricercato, voluto per le nostre colpe e non un semplice condono.

3) Il riscatto è un tema utilizzato dagli apostoli nelle loro epistole (e ripreso poi dalla teologia cristiana), che richiama metaforicamente il riscatto degli schiavi nell’antichità. Esso consisteva nella transazione che permetteva loro di passare dalla condizione di schiavi (giuridicamente res, cioè cose) a quella di uomini liberi. Il simbolismo rivede quindi il peccatore quale schiavo del peccato e il perdonato da Dio come uomo veramente libero.