La fede risente dei condizionamenti storici, delle situazioni, delle esperienze particolari che si vivono? Certamente sì, poiché al centro di una esperienza di fede c’è saldamente la persona, con tutto l’insieme delle situazioni e delle esperienze che la caratterizzano. Ci sono momenti in cui la fede può annebbiarsi, indebolirsi, anche a causa degli scandali o di certi particolari contesti in cui si vive. La fede, per il popolo italiano, deve fare quasi sempre i conti con la Chiesa cattolica, pur se in Italia ci sono molti non credenti, diversamente credenti o fedeli di altre confessioni religiose. In ogni caso, almeno parzialmente, lo stato della fede nel nostro paese può essere lo stato del rapporto tra popolazione italiana e Chiesa cattolica. L’indagine si fa qui ancora più interessante se si tiene presente il difficile momento attraversato dalla Chiesa in seguito allo scandalo pedofilia che l’ha coinvolta. Se poi si può valutare il rapporto tra la fede e i giovani, che rappresentano il futuro per definizione (anche per una chiesa) il cerchio si può chiudere. Alla fine dello scorso mese l’istituto Iard di Milano ha condotto una ricerca – per conto della diocesi di Novara nell’ambito del progetto culturale Passio 2010 – proprio sul tema “I giovani di fronte al futuro e alla vita, con e senza fede”, che raccoglie e analizza i dati in assoluto più aggiornati per valutare la presenza (o meno) della fede nella popolazione giovanile italiana di età compresa tra i 18 e i 29 anni. Sono emersi risultati piuttosto sorprendenti, o comunque degni di riflessione. Vediamoli più nel dettaglio.

I giovani e la religione
L’indagine innanzitutto conferma l’indebolimento delle appartenenze nel mondo giovanile, tra cui anche il rapporto con le chiese. Non manca l’interesse nei confronti dei temi del sacro (per circa l’80% del campione intervistato), ma questo sempre meno si associa a un’appartenenza religiosa specifica. Si fa sempre più strada, invece, un rapporto individuale con una dimensione divina, al di fuori dei canoni della religiosità tradizionale. Ragionando in termini percentuali, si riducono, rispetto alla precedente indagine Iard su questo stesso tema, realizzata nel 2004, i cattolici praticanti (che passano dal 18,1% al 15,4% del campione) mentre aumentano nettamente i “credenti che non si identificano in una chiesa” (che passano dal 12,3% del 2004 al 22,8% di oggi). In aumento anche i giovani non credenti, dal 18,7% del 2004 al 21,8% di oggi.
Un altro segnale inequivocabile della tendenza è dato dalla diminuzione di quasi 10 punti percentuali di chi definisce alta o molto alta la propria fede (dal 41,1% del 2004 al 31,8%), mentre allo stesso tempo aumenta, e in misura ancora superiore, la percentuale di chi definisce bassa o nulla la propria fede (con un incremento di dodici punti, dal 24 al 36%). «Il dato è ancora più significativo – commenta il sociologo Riccardo Grassi, curatore della ricerca – se rapportato al fatto che, rispetto al 2004, raddoppia la percentuale di chi afferma che negli ultimi 5 anni la propria fede è diminuita e si riduce la percentuale di chi dice che è aumentata. Se dunque nel 2004 si osservava una ripresa di interesse per la fede segnata dal fatto che il numero di giovani che la definivano in crescita era superiore a quello di chi la definiva in calo, nel 2010 il trend si è completamente invertito. Inoltre se nel 2004 due intervistati su tre ritenevano stabile la propria fede, ciò ora vale solo per un intervistato su due».

Per la Chiesa cattolica bilancio in passivo
Diminuisce notevolmente la quota di giovani che si definiscono cristiani cattolici (poco più del 50%), mentre il contesto familiare sembra sempre meno disposto nei confronti della religione, evidenziando una riduzione – rispetto al 2004 – della percezione di importanza della fede per quasi tutti i familiari dei giovani intervistati. «L’importanza della religione – spiega Grassi – si sta indebolendo nel passaggio da una generazione all’altra». Il fenomeno, in progressivo avanzamento anche in Italia, conosciuto come secolarizzazione.

La crisi coinvolge pienamente la Chiesa: raddoppia infatti la percentuale di coloro che dicono di non avere alcuna fiducia in essa (giungendo fino al 30% degli intervistati nel 2010). Inoltre la maggior parte delle figure religiose riscuotono poco consenso nei giovani: se frati e suore mantengono credibilità almeno per il 40-50% del campione, decisamente molto più in crisi la fiducia nei confronti di sacerdoti (30% circa) e vescovi (20%). Solo gli imam musulmani raccolgono meno consenso (10%). Le figure di riferimento della Chiesa cattolica conquistano la fiducia in maggioranza solo tra i cattolici praticanti, mentre due non credenti su cinque mostrano molta più fiducia nei confronti dei monaci buddisti.

Il ruolo “politico” della Chiesa
Il rapporto difficile dei giovani con la Chiesa si manifesta anche attraverso la diffusa insofferenza di fronte al ruolo politico giocato dalle gerarchie ecclesiastiche. Quasi il 60% dei giovani ritengono che la Chiesa non debba in alcun modo condizionare le leggi dello stato (il dato è confermato anche tra i cattolici praticanti). «Da una parte – spiega Grassi – i nostri dati indicano un crescente processo di “tifizzazione”, cioè la creazione di gruppi contrapposti le cui posizioni a favore o contro la Chiesa si stanno consolidando. Allo stesso tempo aumenta la partecipazione saltuaria a eventi e iniziative promosse da enti religiosi, segno dell’affermarsi di percorsi di ricerca del sacro di tipo più individualistico». Un esempio di questo trend può essere rappresentato dal calo della partecipazione alla veglia pasquale e alla messa di Natale (eventi liturgici tipicamente di popolo), mentre cresce il numero di giovani che partecipano a pellegrinaggi o processioni religiose (frutto di una scelta personale).

Giovani, scienza ed etica
Fermo restando che la fiducia nella scienza si conferma alta tra le giovani generazioni, diversi sono gli atteggiamenti a seconda dell’opzione di fede: i non credenti ritengono inconciliabile il primato della scienza con un’appartenenza religiosa, mentre tra i credenti praticanti è più forte la percezione di una conciliabilità tra fede e scienza. La frattura è netta soprattutto quando si parla di bioetica, anche se su questi temi è elevato il numero di praticanti poi favorevoli a pratiche esplicitamente condannate dalla Chiesa come l’eutanasia (sostenuta dal 29% dei giovani praticanti), l’aborto (21%) e la fecondazione assistita eterologa (31%). Proprio sulle questioni che riguardano la vita e la sessualità emerge il maggior grado di distanza con quanto affermato dalla Chiesa. Gli unici temi etici sui quali si registra un’ampia convergenza con le posizioni ecclesiastiche sono la contrarietà alla pena di morte, all’adozione di bambini da parte delle coppie omosessuali e, forse a sorpresa, alla legalizzazione delle droghe leggere.

A conclusione dell’indagine ci si può chiedere a che cosa serva la fede nel terzo millennio. A questa domanda i giovani intervistati rispondono sottolineandone il valore di sostegno psicologico e relazionale, oltre alla funzione fondamentale di guida e di offerta di speranza. La religione sembra sempre meno, invece, un punto di riferimento per la dottrina morale, e in particolare proprio per quegli aspetti su cui maggiormente insiste la Chiesa nel dibattito pubblico.

di Massimo Donaddio