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Eastwood uguale capolavoro. Ormai è un’equazione sconcertante, persino quando non è sui suoi standard (vedi Lettere da Iwo Jima) è straordinario, ma da attore con una sola espressione (anzi due, come diceva Sergio Leone, con il cappello e senza) è diventato un regista che non sbaglia un film. Mai. Interpretava il fascistissimo e violento Callaghan, ora è un naturale paladino degli sconfitti, dei diritti civili, umani e sociali. Disegna affreschi-capolavoro in cui mostra la decadenza della nostra società, sia un parallelismo storico (vedi Changeling) o un tuffo nel presente. Gran Torino è struggente e potente come la macchina da cui prende il nome e a cui il vedovo razzista (odia i nemici coreani, motivi di guerra) Walt Kowalski dedica una manutenzione compulsiva. Un piccolo “muso giallo”, suo vicino, tenterà di rubarglielo e lui ne sarà (quanto piace a Clint questo ruolo, il cowboy è diventato un vecchio saggio) il pigmalione. Il resto sarebbe un delitto raccontarlo. Sappiate solo che sentirete dentro di voi l’odio per i diversi di Walt, che ne ha fatto una ragione di vita, l’unica che lo fa sopravvivere. Generazioni e razze, giovani e colored, odia tutto e tutti, tranne il suo cane, le armi e, forse, il barbiere. Sembra un personaggio facile come la sua trama l’ultimo ruolo (così ha annunciato, ma speriamo di no) di Eastwood: e invece la complessità si scorge nella rude semplicità di quei lineamenti incattiviti come le sue parole. E ancora una volta l’Oriente fa capolino, esempio per un Occidente perduto e corrotto. Grazie Clint, il tuo Kowalski ci rimarrà dentro.

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