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Molti sperimentano, seppur in gradi diversi, quello che è definito da più parti il “dramma della vita moderna”: l’essere soli o il sentirsi soli.

Uno dei più famosi sociologi ed allo stesso tempo psichiatra, Paolo Crepet, rileva in un suo libro sulle solitudini moderne, la seguente situazione: “ Viviamo in uno strano paradosso; nessuno può dirsi più solo, eppure tutti, in qualche misura, sentiamo, e temiamo di essere soli.”[1]

Mi sembra di poter concordare con queste parole perlomeno per l’esperienza che riflettono. Siamo nella società della comunicazione più avanzata, eppure mai come oggi, si avvertono i sintomi inquietanti del bisogno di essere sempre “connessi” con qualcuno, ma allo stesso tempo ognuno è realmente solo.

Giuliano da Empoli, in un suo saggio dal titolo “L’overdose informativa”[2], considera il nuovo male dell’era dell’informazione “continua”: il bisogno di sentirsi in connessione in una strana rete di collegamenti ed interazioni, e la paura più grande dei nostri giorni appare quella di poter essere disconnessi da una qualsiasi fonte comune di informazioni.

Si tratta, forse, di analisi esagerate, ma certamente sollevano alcuni interrogativi. Si può realmente sperimentare quel senso “di estraneità” del quale tutti si nutrono, e che vorrebbero “risolvere” semplicemente rimanendo “insieme ad altri”?

Esiste realmente la solitudine oppure siamo di fronte all’ennesimo tentativo di destabilizzare un sistema, che bene o male funziona regolarmente?

Il termine Solitudine, evoca in modi contrastanti, diverse immagini[3]. Per alcuni diventa un’ombra da scacciare ad ogni costo; per altri appare il solo modo di rimanere ancorati alla propria umanità che viene in qualche modo avvertita come in pericolo.

Le risposte possono essere imbarazzanti per alcuni, liberatorie per altri. Ma come regolarsi e riuscire a sopravvivere in una realtà che diventa sempre più complessa e le cui esigenze finiscono per schiacciare molti sotto il peso dell’incapacità di resistere a tutte le pressioni della vita moderna? Mi rendo perfettamente conto dell’arduo compito che si prospetta: parlare della solitudine, o delle diverse solitudini che sono compagne di uomini e donne, è impossibile dal punto di vista della possibilità di esaurire in un solo scritto tutte le implicazioni profonde che intervengono nella questione.

L’obiettivo di queste riflessioni è quello di iniziare un percorso che può essere proseguito dalle considerazioni che ognuno potrà aggiungere.

Prima di procedere, vorrei però, chiarire quale sarà la fonte da cui scaturiscono le riflessioni: come cristiano ritengo essenziale rivolgermi alla Bibbia, come al libro per eccellenza da cui posso attingere le risorse necessarie per poter rispondere ai diversi interrogativi della vita.

Forse non a tutti piacerà il taglio “religioso” che do alle mie considerazioni, ma mi piacerebbe che non ci si avvicinasse con pregiudizi, ma con la mente libera e pronta ad ascoltare un punto di vista diverso da quello classico.

Iniziamo allora il nostro percorso.

La Parola di Dio non possiede specifici trattati che possano rispondere in modo esclusivo e definitivo alle nostre domande occorre fare un’analisi che tenga conto dei diversi elementi in gioco.

Secondo Marcella Fanelli, la solitudine non va identificata nel il risultato dell’assenza di persone fisiche nelle proprie vicinanze, ma come uno stato interiore che il proprio “io” si rifiuta di accettare, ma di cui non ha il controllo e dal quale si lascia sopraffare[4].

La solitudine non è la condizione del vivere soli, quanto il disagio emotivo che non concede spazio all’esistere “isolati”.

Uno sguardo alla Parola di Dio ci presenta alcuni aspetti della solitudine. Ad esempio c’è una solitudine come momento di preparazione.

E’ il caso del tempo vissuto da Gesù nel deserto (oppure l’esempio di Mosè ed Israele). Ogni scelta importante richiede una profonda riflessione, e quindi di uno spazio apposito, nonché di una solitudine necessaria per comprendere bene la strada da percorrere.

E’ uno degli aspetti più trascurati dalla nostra società. Da un lato si ha paura di rimanere soli, dall’altro si reclama la necessità di avere degli spazi propri per poter decidere. Sono i paradossi di un realtà che ha perso completamente il senso delle cose.

C’è una solitudine che è la naturale conseguenza di una relazione finita. Roberto Vecchioni, in una delle sue canzoni “L’ultimo spettacolo”, afferma: “Non si è soli quando uno ti ha lasciato, si è soli quando uno non è mai venuto”.

Sembra scontata come frase, eppure riflette un profondo interrogativo: quando nasce la solitudine? E’ l’effetto dell’abbandono oppure è la conseguenza del non essere in relazione con nessuno? Inoltre, ci sono diverse solitudini.

La solitudine non può essere catalogata esclusivamente come un fatto unico. Si può essere soli per motivazioni più disparate.

C’è il coniuge che rimane vedovo a causa della morte del proprio marito o della propria moglie. Allora si tratterà di fare conti con un tipo di solitudine che non è scelta, ma purtroppo imposta dalle necessità della vita.

La morte è una triste realtà contro la quale bisogna scontrarsi. Non ci si può illudere che non esista: quando giunge il “tempo” fissato dal Signore, occorre avere il coraggio di confrontarsi con essa e non lasciarsi sopraffare.

Oppure c’è il caso della donna dei nostri giorni che rimanda nel tempo la decisione di formare una famiglia perché desidera convogliare tutte le proprie energie verso una carriera che possa darle una certa autonomia economica oltre che la stima necessaria per confrontarsi con gli altri.

Quindi il prezzo da pagare è quello stato di isolamento che non può consentire il concorso di diversi “obiettivi” da raggiungere, ma che richiede il sacrifico assoluto di quelli meno “importanti”, sperando di non perdere il treno della speranza per l’avvenire.

Ci sono poi altre solitudini: ad esempio la solitudine “clinica” che viene sperimentata da coloro che hanno avuto la “faccia tosta” di entrare in un mondo che deve essere governato dalle regole della perfezione, e che con la loro presenza disturbano la “sensibilità” dei “perfetti”.

Parlo del dramma dell’handicap o dei portatori di malattie che richiedono una cura ed un’attenzione che la società oggi non è disposta a dare, per la semplice ragione che loro sono lì a dimostrare l’impotenza dell’uomo contro la malattia e la morte.

Allora si escogitano tutta una serie di istituzioni che debbano nascondere questi moderni “Frankestein”, nella speranza che nel futuro si possa raggiungere quell’utopistica illusione di eliminare i margini di “errore” che ancora oggi sono possibili.

Ci sono poi altre schiere di solitudini. Mi riferisco agli stranieri. Le recenti vicende internazionali risvegliano incubi non assolutamente assopiti per le coscienze di molti. Le immagini dei numerosi telegiornali che ci rimbalzano continuamente immagini di bambini e donne usati come merce di scambio, e non solo, sono lì a testimoniare dell’imbarazzo di quanti cominciano a temere che la loro presenza possa costituire un pericolo per sé e per il futuro dei propri figli.

Insomma, si può parlare di solitudini diverse, e di “diverse” solitudini. Ma prima di affrontare il tema della solitudine occorre fare una premessa.

Quando inizia la solitudine? Possiamo discutere sulle implicazioni delle differenti forme di solitudini, ma è necessario anteporre alla discussione la ricerca delle cause che sono all’origine della solitudine.

C’è una frattura all’inizio. La frattura è quella tra l’uomo e Dio. La solitudine inizia a causa di una frattura che segue una chiara disubbidienza.

E’ il resoconto della caduta dell’uomo che ci permette di collocare la solitudine nella sua giusta cornice di riferimento. “In un certo senso tutte queste solitudini dipendono da una frattura di comunione, e sono tutte (anche quelle causate dalla morte) conseguenze della prima di cui fu causa la disubbidienza, alla quale fecero seguito tante altre tristi conseguenze.”[5] Così definisce Marcella Fanelli l’origine della solitudine.

Non si può affrontare il tema della solitudine senza considerare il peccato di Adamo ed Eva. Si tratta di un “rapporto spezzato” che conduce ad “un’esistenza disarmonica”.[6]

Il peccato produce rottura di relazione con Dio, ed innesca un processo di isolamento dell’uomo con l’altro uomo, e non solo con Dio.

Già, dopo aver mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male, l’uomo e la donna si “accorgono” di non essere più in relazione. Sperimentano immediatamente la “solitudine” come rottura dell’armonia.

Le accuse reciproche ed i tentativi di “discolparsi” sono il segno della rottura di un’alleanza che coinvolge Dio in primo luogo, ma che poi estende i suoi effetti ad ogni livello dell’esistenza.

La solitudine è una delle conseguenze del peccato. Come lo definisce Franco Barbero, il peccato è anticomunione che produce solitudine, infelicità e paura.[7]

Allora cominciamo da questo punto per affrontare serenamente il tema. La solitudine esiste perché l’uomo ha deciso di “isolarsi” dalla fonte della vita: il rapporto con Dio è essenziale per ogni essere umano per potersi definire come soggetto in relazione che realizza la profondità di un valore e di una dignità davanti a tutta la creazione di Dio.

Ed ogni tentativo di rimanere nel mondo prescindendo dalla relazione con Dio, è destinato a fallire: l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio (Deuteronomio 6:3).

Sono le parole di Dio che possono interrompere il circolo vizioso della solitudine e proiettare l’uomo verso una relazione intima di completezza e pienezza. L’aspetto che dà maggior peso alla parola di Dio è quello della riconciliazione.

Attraverso Gesù Cristo, Dio ha messo in atto il piano della salvezza mediante il quale potesse essere distrutta la morte, che delle solitudini è quella che occupa il primo posto. Dio è l’autore della riconciliazione, o meglio è Colui che ha operato il movimento per riconciliare a se l’intero universo in distruzione a causa del peccato.

Il Nuovo Testamento presenta sempre Dio come Colui che ha innescato il processo di riconciliazione mediante l’opera del Figlio. Così come la resurrezione di Cristo è sempre attribuita all’attività potente del Padre, anche la riconciliazione è attuata da Dio mediante l’azione del Figlio. Ed è l’epistola ai Colossesi che più approfonditamente ci dona la necessaria comprensione di questa realtà.

Se II° Corinzi 5:17 ci dice che chi è “in” Cristo è una nuova creazione, e ciò viene da Dio che ci ha riconciliati a Lui, Colossessi amplia notevolmente il concetto per spiegare nei dettagli come la riconciliazione è avvenuta.

La parola “riconciliazione” nella epistola ricorre 2 volte, ma il suo significato è alquanto importante e notevole. Il verbo usato per “riconciliare” è apokatallasso (è costituito da alcune particelle apo che significa di nuovo, indietro; kata che indica un movimento dall’alto in basso, ed il verbo allasso che significa cambiare, sostituire, mutare forma e colore, mutare atteggiamento e anche barattare o vendere vedi Romani 1:18-32): quindi il suo significato equivale ad un movimento che riporta indietro alla condizione originaria o originale.

Paolo afferma in poche parole: il rapporto tra Dio e la creazione ha subito una mutazione profonda che ha riportato l’intero universo a ritrovarsi nuovamente in relazione con Colui che ne era il Padrone.

Il verbo denota una cessazione delle ostilità. Si tratta di un movimento di tutte le cose verso Dio che ne è la fonte. Il rapporto tra Dio e la creazione, e quindi l’uomo, è ricondotto ad una situazione di non ostilità: non c’è più guerra tra Dio e la creazione.

Una cessazione delle ostilità in vista di un rapporto nuovo. Dio ha ristabilito la pace (eirene che può significare ristabilimento degli equilibri interrotti dalla guerra) con tutte le cose.

L’opera di Cristo è un’opera assoluta ed universale: non riguarda solo l’uomo ma l’intera creazione (Romani 8:22-23).

Ciò che prima era in distruzione e destinato alla corruzione a causa del peccato entrato nel mondo e della conseguente morte di tutte le cose, lascia il posto all’opera di rinnovamento e di salvezza. L’azione di riconciliazione “in” Cristo, ha innescato il processo inverso: ha introdotto la vita là dove imperava la morte (Romani 5:12-14).

Il peccato è annullato ed i suoi effetti sono stati completamente neutralizzati dal “sangue della croce di Cristo”. Dio è dichiarato il Signore di tutte le cose in virtù dell’ubbidienza del Figlio (Filippesi 2:5-11).

Tale riconciliazione appare essenziale ai fini dell’adozione. I Colossesi erano nemici ed estranei a causa dei loro pensieri e delle loro opere malvagie (Colossesi 1:21), sono stati riconciliati (ossia riportati in un rapporto di pace e di figliolanza con il Padre) nel corpo della carne del Figlio (Colossesi 1:22).

I termini usati per estranei e nemici richiamano l’idea di un allontanamento dalla fonte della vita. Infatti, apallotrioo è una parola che significa alienarsi (allontanarsi) da qualcuno, staccarsi da un posto, essere straniero, inetto per qualcosa. Esso richiama alla mente lo straniero.

I Colossesi erano stranieri, cioè senza patria e quindi senza attenzioni e senza privilegi. La loro condizione di morte spirituale li poneva in una situazione di assenza di diritti nella creazione di Dio. Ogni uomo senza Cristo vive la condizione di straniero ed estraneo tanto a se stesso quanto alla creazione.

Mentre il termine ekthrous è la parola per nemici che richiama alla mente l’idea di uomo in lotta, in combattimento (è lo stesso termine usato in Romani 5:10). Sommando i due termini si evidenzia la condizione dei Colossesi prima della conversione, e dell’opera di riconciliazione “in” Cristo: essi erano lontani (stranieri) e nemici (in lotta con Dio).

E’ interessante notare cosa l’apostolo vuole sottolineare: l’alienazione dell’uomo è tale da renderlo estraneo a se stesso, agli altri uomini ed all’intera creazione. E’ un processo graduale per cui l’uomo si estranea da se stesso identificandosi con gli oggetti e le realtà materiali da lui prodotte (Romani 1:18-25) fino a diventare lo strumento passivo.

Si tratta della condizione dell’uomo che vive una situazione di disagio rispetto alla società nella quale vive. Lontano dalla fonte della vita (Dio), gli essere umani sperimentano un’esperienza di “estraneità” e solitudine pur in mezzo alle realtà quotidiane nelle quali vivono.

Paolo esulta ricordando ai Colossesi che da stranieri (estranei) essi sono stati riconciliati e messi in grado di partecipare all’eredità di coloro che sono figli.

Anche l’idea di ostilità (inimicizia) è interessante: indica uno stato di tensione che caratterizza un combattimento. Il termine ekthrous deriva da ekthros che significa odio, rancore ovvero ostilità ed inimicizia.

L’apostolo mette in evidenza un aspetto importante: i Colossesi vivevano nell’assoluta incapacità di stabilire relazioni (Tito 3:3 – odiosi ed odiandoci a vicenda).

Proprio in virtù della riconciliazione, i Colossesi sono ora in grado di stabilire relazioni di amicizia: con Dio in quanto Padre e con gli altri esseri umani.

La riconciliazione li proietta in una condizione completamente nuova: essi hanno una patria (il regno della luce) e non sono più nemici (ostili a Dio ed agli altri). Tuttavia, essi sono chiamati a vivere la loro realtà di uomini riconciliati a Dio già nella creazione di Dio, nell’attesa di entrare nella vera vita (Colossesi 3:1-3). Essi acquisiscono il diritto di essere ambasciatori di Cristo e riconciliatori del genere umano a Dio (II° Corinzi 5:17-21).

Da questo aspetto facciamo alcune considerazioni. Dopo aver visto l’origine della solitudine, possiamo procedere nella valutazione della solitudine in sé.

“La solitudine si pone tendenzialmente su un registro bipolare. A seconda delle situazioni, della maturità e del grado di sensibilità dell’individuo essa può collocarsi su di un versante positivo, costruttivo, fonte di sensazione di benessere, oppure essere l’espressione di uno stato di vita negativo, distruttivo, traboccante di disperazione”.[8]

E’ l’aspetto ambivalente della solitudine. Può essere positiva quando la si riceve come un dono ed è necessaria per portare l’individuo alla maturità; ma può essere negativa quando fa cadere l’uomo in quello stato di apatia che gli impedisce di operare all’interno delle sue responsabilità.

Non c’è uno stato definitivo ed auspicabile. Secondo Salomone, “Guai a colui che è solo” (Ecclesiaste 4:7-12); tuttavia Geremia afferma “Si sieda solitario e stia in silenzio quando il Signore glielo impone” (Lamentazioni 3:25-30).

Vasco Rossi canta “Siamo soli!”: ma la sua presunta incapacità di trovare una risposta lo porta a definire le sue relazioni nei termini di benessere individuale. Dal momento che non è possibile stabilire una relazione talmente soddisfacente che ci liberi da quel senso angoscioso di non avere possibilità di confronto con gli altri, allora si deve giustificare il tentativo di “gestire” il rapporto usando l’altro finché ci “piace” e lo troviamo “soddisfacente”.

Mi pare di poter affermare che la strada non è proprio questa. La solitudine è una condizione esistenziale, ma non è assoluta. “E’ fuori dubbio che l’uomo è un essere sociale. Noi esistiamo solo all’interno di matrici relazionali. Viviamo con gli altri, mediante gli altri e per gli altri. La nostra personalità raggiunge il pieno sviluppo solo se si radica nel riconoscimento che abbiamo bisogno degli altri. Non si può raggiungere la maturità isolandosi dalla società.”[9]

Tuttavia occorre anche essere in grado di vivere “soli”. Colui che ha imparato a gestire la propria solitudine come una ricchezza, può in misura sempre crescente sperimentare la maturità mediante la relazione con gli altri.

”Saper stare soli per alcuni momenti o in alcune fasi della vita è un’esperienza altamente raffinata e un bene quanto mai prezioso..….La capacità di essere soli è uno dei segni più importanti di maturità nello sviluppo affettivo. Essa è il presupposto di ogni rapporto adulto autentico.”[10]

Quindi, è essenziale saper gestire i diversi sentimenti che nascono per effetto delle diverse esperienze della vita. La solitudine “non passa.”

“Per un breve momento o per un lungo tempo accompagnerà ogni nostro pensiero ed ogni nostro passo, ci dominerà, ci sconvolgerà, sarà come un’onda che ci travolge, come un torrente in piena che trascina. Si rivelerà parte di noi, non potremo eliminarla.”[11]

Occorre prendere coscienza dell’impossibilità di farla “tacere”. Si può essere “soli” in mezzo al mondo; e tuttavia si può sperimentare la pienezza di una relazione nella solitudine.

Penso all’affermazione di Gesù ai discepoli: “Io sarò con voi fino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:20). La realizzazione di una presenza continua che non muta al mutare delle circostanze e delle esperienze della vita.

“Se vogliamo farcela amica dovremo passare del tempo con lei. Quando arriveranno i momenti di vuoto, lasciato da chi non c’è più o da chi non c’è mai stato, dobbiamo avere il coraggio di entrare in questo vuoto, interiorizzarlo e viverlo fino in fondo. Non respingerlo, ma farlo nostro. Non aver paura di gridare a Dio la nostra disperazione. Egli ce ne trarrà fuori.”[12]

Si può tentare di riempire lo “spazio” che la solitudine crea, ma occorre ricordare che la solitudine è dentro di noi.

Ora vorrei dare lo sguardo ad una solitudine che è conseguenza di un dono spirituale: il celibato o il nubilato.

Purtroppo la società ci ha abituati a ragionare in modo completamente distorto. Secondo la mentalità corrente, il matrimonio è visto come lo strumento che produce la completezza di un uomo o di una donna.

Così si tende a fare di questo una sorta di “status simbol”, che permette a tutti coloro che possono viverlo di vantarsi di aver raggiunto quel perfezionamento che tutti richiedono.

Personalmente mi sembra assurdo e soprattutto antibiblico. Un attento esame della Parola di Dio ci aiuta a screditare tale opinione e a donarci i giusti parametri all’interno dei quali ragionare come uomini che hanno ricevuto la mente di Cristo.

Prenderò in considerazione due brani particolari della Scrittura è cercherò di fare delle considerazioni che possano aprire i nostri orizzonti.

Matteo 19:10-12

Si tratta di una questione che è inserita all’interno di un contesto particolare.

Gesù viene invitato dai farisei a dare una risposta ad un problema particolare: la possibilità di divorziare dalle proprie mogli.

Ora non è conveniente parlare del divorzio o meno, non riguarda il nostro tema; pur tuttavia, si deve inquadrare la risposta di Gesù sulla base di una domanda specifica, che in privato, i suoi discepoli gli rivolgeranno dopo aver compreso “il peso” della responsabilità di un uomo all’interno del matrimonio.

Gesù ha parlato del matrimonio come di una istituzione creazionale, ovvero come un particolare progetto che Dio ha posto in essere.

E l’uomo è chiamato ad inserirsi in quel progetto non per annullarlo o renderlo vano, quanto piuttosto per sperimentarne fino in profondità la bellezza. Ora Gesù afferma in modo categorico, che l’uomo non deve separare ciò che Dio ha unito.

E l’unione non consta tanto di un’approvazione formale da parte della società, quanto di un atto specifico che riceve il proprio sigillo da Dio.

Ora i farisei chiedono per quali ragioni, Mosè avesse permesso l’atto di ripudio; e la risposta di Gesù non lascia alcun dubbio: fu la durezza del cuore dell’uomo che costrinse Mosè a stabilire delle concessioni che potessero salvaguardare il matrimonio.

Gesù si appella all’ordine iniziale (Genesi 2:24), dicendo che dall’origine Dio ha concepito il matrimonio come un atto definitivo che lega in modo indissolubile due soggetti per la vita, fino al raggiungimento di una profonda unità non solo fisica ma anche spirituale e psicologica.

E quando Gesù aggiunge le parole: “Ma io vi dico” sta ritornando all’origine. La sua “interpretazione” appare sostituire la temporanea clausola di Mosè, e riportare il matrimonio a quello stato di istituto vincolante nei confronti di tutti.

La risposta deve aver sconvolto i discepoli, dal momento che essi in privato chiedono a Gesù spiegazioni specifiche.

E qui arriviamo all’aspetto che interessa il nostro studio. Da quanto detto da Gesù, i discepoli capiscono che non vi è nessuna utilità per l’uomo legarsi ad una donna; si tratta nella loro mente di una condizione svantaggiosa.

Del resto, come in ogni epoca, anche nella mentalità ebraica, il matrimonio è sempre concepito come una meta, ma pure come una situazione che può recare pesanti fardelli alle persone. Gesù, non nega ciò che i discepoli dicono, ma avanza una nuova situazione che si affianca al matrimonio: la possibilità di “farsi eunuchi” per il regno di Dio.

I discepoli concepiscono il matrimonio come una “condizione” che è svantaggiosa per l’uomo; allora Gesù introduce un aspetto: ciò che da Dio è dato. “Non tutti comprendono questa parola” (Matteo 19:11).

Ora possiamo pensare quale sia questa parola; sembra dal contesto che si parli dell’affermazione dei discepoli, e non tanto del discorso fatto con i farisei. Il verbo comprendere è particolare, è la traduzione della parola greca Koreo che significa mi ritiro, fo posto, recedo, indietreggio, mi allontano, avanzo, procedo, vado, vengo, vado avanti progredisco, ho spazio per contenere, contengo, comprendo, ho tempo di pentirmi.

Sembra difficile farlo conciliare con il contesto; eppure il significato è proprio corretto: si tratta di colui che progredisce, ritirandosi da una condizione sconveniente, per dedicarsi a ciò che è utile e vantaggioso nella sua situazione.

L’immagine di colui che ha il tempo “per pentirsi” ed incamminarsi verso una direzione contraria e più vantaggiosa. Si tratta di una scelta specifica.

Ma è importante un’altra frase di Gesù: “Ma a quelli ai quali è dato”. E’ illuminante da questo versante lo scoprire che tra i doni spirituali vi è quello di “farsi eunuchi” in vista del regno dei Cieli. “E’ dato”, cioè è qualcosa che viene da Dio, e permette all’uomo o alla donna di viverlo pienamente. Non è una solitudine forzata ma una scelta consapevole, frutto di una capacità spirituale.

Allora il matrimonio, nell’ottica di Gesù, non è l’unica ed assoluta condizione che fa di un uomo o di una donna delle persone complete, ma è uno degli strumenti che Dio usa per formare i suoi e quelli ai “quali è dato”.

“Si tratta di due livelli esistenziali con una propria dimensione e dignità. Colui che vive la solitudine non dovrà necessariamente imitare la situazione di coloro che sono coniugati. Dovrà cercare una propria completezza.”[13]

Gesù dona dignità anche a quella condizione che non conduce al matrimonio. Se il matrimonio fosse la condizione per eccellenza per la maturità, allora Gesù e l’apostolo Paolo hanno fallito nella loro vita.

Gesù non fu sposato, e rappresenta un eccellente caso di “eunuco” che si fa tale per il regno dei Cieli. Occorre riappropriarsi delle categorie bibliche, e restituire dignità anche a quelle persone che Dio chiama a vivere la propria vocazione cristiana al di fuori del matrimonio.

Dobbiamo, come Gesù, ricordare che vi sono coloro ai quali è dato di poter realizzare una profonda completezza anche senza passare per l’unione matrimoniale.

Non abbiamo nessun diritto di fare “impuri” coloro che Dio ha santificato e messo al proprio servizio (Atti 10:15). Dobbiamo essere disposti a mutare radicalmente le nostre visioni ed i “modi errati di vivere tramandatici dai nostri padri” (I° Pietro 1:18).

Dobbiamo necessariamente evitare di pensare nei termini di uomini non rinnovati: imporre pesi a coloro che non sono in grado di portarli è peccare contro i fratelli o le sorelle per i quali Cristo è morto.

Conosco realtà dove la prima domanda che viene rivolta ad un giovane o ad una giovane è la seguente: “Allora non ti sei ancora sposato?” Mi chiedo ma che razza di comprensione delle cose di Dio hanno queste persone, che magari occupano all’interno delle loro comunità di fede, posti di responsabilità ed insegnamento.

Quali sono gli obiettivi e le mete verso cui indirizzeranno i loro giovani? Ma è possibile che se uno non è sposato cessa di essere persona? Vogliamo essere un aiuto per gli altri o vogliamo porre sulle loro spalle pesi che sono come macigni che devono portare nella più assoluta solitudine?

Io, personalmente, credo che si debba riscoprire il celibato ed il nubilato come delle dimensioni con una loro propria dignità e con delle loro prerogative.

Ci sono notevoli ed ampi spazi per un reale e concreto servizio all’interno della chiesa di Dio, che solo persone che consapevolmente hanno compreso il senso della consacrazione “senza sollecitazioni” possono sperimentare nella gioia e pace del Signore. La famiglia è un dono dell’Eterno, e se il Signore non costruisce la casa invano si affaticano i costruttori (Salmo 127:1), tuttavia anche il celibato o il nubilato è un dono di Dio, che richiede lo stesso impegno e le stesse responsabilità.

Non si tratta di due livelli dove quello matrimoniale è più “elevato” rispetto all’altro. Sono due distinte condizioni che “sono date” da Dio.

I° Corinzi 7:1-9

Qui abbiamo un brano che amplia i concetti che Gesù ha appena abbozzato.

Le considerazione che farò sono tratte da un commento esegetico del testo in esame da parte di Richard Hays.

Sul celibato, Paolo affronta l’argomento in alcuni versetti. Il discorso parte da domande che i Corinzi gli hanno rivolto. Il contesto è la necessità di fuggire la fornicazione.[14]

Dopo aver descritto come il rapporto matrimoniale si deve svolgere tra i coniugi, Paolo si lascia andare a delle considerazioni circa il celibato all’interno del progetto di Dio.

L’apostolo esprime l’idea che sarebbe meglio per gli uomini rimanere come sono (cioè non sposati). Ma in armonia con l’insegnamento del Signore Gesù, sa che il rimanere singoli è un dono (karismata ek theou): che “esce” da Dio.

Come il matrimoni, pure il celibato appare come qualcosa che è “dato” da Dio. Il problema nasce dalla cattiva comprensione del matrimonio nella società greca.

“In molti ambienti si pensava che la sapienza ascetica comportasse l’astinenza sessuale. Il celibato era visto come un segno di forza spirituale, perché simboleggiava la libertà dall’attaccamento al regno grossolano della materia.”[15]

La considerazione di questo brano parte dalla necessità di correggere tutte le incomprensioni dei Corinzi. Si tratta in definitiva di combattere “l’ascetismo radicale di Corinto.”[16]

Non è un testo che cerca di prendere una posizione in favore del celibato come dello stato migliore e definitivo rispetto al matrimonio, ma come un aspetto della chiamata di Dio.

Vorrei lasciare la ricostruzione del testo da parte di Hays.

1)    Rispondo ora alle cose di cui mi avete scritto. Voi sostenete che, per amore della santità e della purezza, le coppie sposate dovrebbero astenersi dall’avere rapporti sessuali. Come voi dite: “è cosa buona per l’uomo non avere contatti con donna”. 2) Tuttavia – dal momento che ciò è irrealisticociascuno abbia la sua moglie, e ogni donna il suo marito. 3) Il matrimonio crea una mutua obbligazione per la coppia e le impone di soddisfare i reciproci bisogni; perciò il marito renda alla moglie ciò che le è dovuto; egualmente anche la moglie al marito. 4) La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie. 5) Non privatevi l’uno dell’altro, se non di comune accordo, temporaneamente, per attendere ambedue alla preghiera, e poi, terminato questo periodo, ritornate a stare insieme, perché satana non vi tenti per la vostra incontinenza. 6) Non comando questa pratica dell’astinenza temporanea; parlo piuttosto in spirito di condiscendenza verso la vostra proposta. 7) Vorrei che tutti fossero capaci di controllare i loro desideri sessuali come me. Ma le cose non stanno ovviamente così, bensì ciascuno ha il proprio dono da Dio: chi il celibato, chi qualcos’altro, chi in un modo, chi in un altro. 8) Ai celibi e alle vedove dico che è buona cosa per loro rimanere non sposati come sono io. 9) Ma se non sanno contenersi, si sposino: è meglio sposarsi che ardere di passione.

Mi sembra una buona interpretazione di questo teso.

Le parti in corsivo indicano i probabili motivi che spinsero l’apostolo Paolo a scrivere in questi termini ai Corinzi.

“In sintesi, vediamo che il passo è andato soggetto ad una interpretazione drasticamente errata. Anziché deprecare le donne o il sesso, Paolo argomenta in realtà contro coloro che considerano i rapporti sessuali sconvenienti per i cristiani, e afferma risolutamente e realisticamente la necessità del mutuo appagamento sessuale all’interno del matrimonio.”[17]

Tuttavia rimane ancora un problema da affrontare: perché Paolo consiglia allora ai non sposati di rimanere tali?

“Paolo stabilisce chiaramente ed insistentemente la sua regola pratica in I° Corinzi 7:17-24…..L’unica cosa che conta nel tempo intermedio è “piacere” senza ostacoli al Signore. Il matrimonio porta con sé inevitabilmente la preoccupazione per le cose del mondo e ostacola quindi la dedizione totale alla missione della chiesa (I° Corinzi 7:32-35). Quella missione è la “necessità presente” (I° Corinzi 7:26) che induce Paolo a pensare che il celibato sia preferibile al matrimonio. Di notevole importanza è il fatto che egli qualifichi chiaramente tale preferenza come una sua opinione su un argomento, a proposito del quale non ha alcun comando da parte del Signore (I° Corinzi 7:25). Allo stesso tempo, egli sa che il tempo presente ha ancora potere sulla vita dei credenti e che la influenza. I credenti vanno soggetti alla tentazione e a desideri fisici ardenti. Diversamente dagli entusiasti iperspirituali, che cerca di correggere, egli sa che la resurrezione rimane una realtà sperata per il futuro, più che una realtà presente. Di conseguenza, il polo del “non ancora” della sua escatologia lo induce a dare un consiglio sobriamente realistico ai Corinzi, a permettere il matrimonio e a incoraggiare i rapporti sessuali all’interno del matrimonio. La cosa importante è che i membri della comunità, sposati o non sposati che siano, rimangano in uno stato di vigile disponibilità e obbedienza.”[18]

Paolo quindi non fa uno specifico elogio del celibato, ma lo inserisce all’interno del progetto di Dio. Ciò che conta è la disponibilità a vivere il piano del Signore, e non volere a tutti i costi realizzare situazioni alle quali non siamo chiamati.

Dopo aver considerato, seppur in breve, la solitudine, vorrei spendere alcune parole su come vivere la solitudine per tutti quelle persone che sono, per le diverse vicende della vita, “costrette” ad una solitudine “forzata”.

Si tratta di quelle persone che realizzano di non essere chiamati al celibato o al nubilato, eppure si trovano nella condizione di non trovare un compagno o una compagna.

Mi sembra particolarmente importante considerare le diverse esigenze di ciascuno. Non si può liquidare la questione semplicemente con parole del tipo “il Signore ti guiderà in ogni cosa”: occorre dare delle risposte concrete, il più possibile con misericordia, e tenere presente i livelli di sofferenza di ogni persona.

Dio ha un progetto per ogni persona.

Mi sembra doveroso ricordare che in primo luogo la solitudine non è una condanna inflitta da un Giudice impersonale o insensibile. Si tratta di Nostro Padre.

Gesù definisce Dio come il Padre che sa dare buoni doni a coloro che glieli chiedono (Matteo 7:11). Egli conosce i reali bisogni di ciascuno. Ha i suoi motivi perché alle numerose preghiere sembra non fare riscontro alcuna risposta specifica.

Non si tratta di risposte, quanto piuttosto di bisogni. Non dobbiamo farci condizionare dagli schemi del mondo, secondo i quali solo coloro che “hanno famiglia” possono vantare una condizione più elevata.

Come figli di Dio abbiamo il “diritto di essere chiamati suoi figli“ (Giovanni 1:12). Questa è lo status indispensabile di ogni uomo e donna. Se non si passa per la nuova nascita, anche il matrimonio non può raggiungere quella profondità che può avere.

Inoltre, l’esperienza triste di molte famiglie, conferma che non è sufficiente sposarsi per aver risolto i propri problemi.

Forse il Signore vuole preparare ad una maturità più alta prima di far giungere quella esperienza che è il matrimonio; oppure il Signore ha giudicato “buono” lo stare da soli.

Allora, come posso valorizzare la mia situazione nel tempo presente? Devo continuare a piangere perché non ho quello che voglio, oppure posso alzare lo sguardo “verso i monti” ed aspettare l’aiuto che viene dal Signore che ha fatto i cieli e la terra? (Salmo 121:1-4)

La solitudine come dono di Dio.

Imparare a viverlo come un aspetto che può e deve apportare significativa maturità al trascorre della vita cristiana.

La società ha fatto del matrimonio il solo “scopo” della vita dell’uomo (o perlomeno uno degli scopi).

Tuttavia non è così, come gli esempi di Gesù e di Paolo dimostrano molto bene. Occorre vedere la solitudine come una preziosa compagna che, se accolta nel suo lato positivo, diventa fonte di bene e di crescita.

Il libro di Marcella Fanelli è un ottimo esempio di aiuto e di riflessione su di un tema così delicato ed interessante. Lei parla “di stanza vuota” da riempire. Prendendo spunto della parabola di Gesù narrata da Matteo 12:43-45, menziona la necessità di vedere la solitudine come una “stanza vuota” che deve essere riempita.

Lei da alcuni esempi che non menziono, è sufficiente consultare il libro per avere degli ottimi suggerimenti.

Imparare a discernere la volontà di Dio.

Romani 12:1-2 considera la necessità di una completa consacrazione al Signore per un servizio nel mondo. Attraverso il rinnovamento della mente.

Il verbo usato da l’idea di “non assumere la forma all’interno della quale il mondo vuole plasmarti” (schematizo).

Gli schemi, i metri di giudizio, la valutazione delle cose e delle persone: tutto deve essere oggetto di una completa rivisitazione. Dobbiamo conformarci agli schemi di Dio non a quelli dell’uomo. Allora anche la solitudine può diventare fonte di ricchezza e di servizio.

La Scrittura ci presenta possibilità di consacrarsi a Dio e di servirlo che alle persone sposate non sono date.

Esempi come quelli di Tabitha nel libro degli Atti (capitolo 9), oppure di Timoteo: ci lasciano intravedere delle opportunità di dedicare la nostra vita al servizio degli altri. Del resto “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20:32-32).

Allora non avrò bisogno continuamente di concentrarmi su quello che non ho, quanto piuttosto alzare gli occhi per vedere i bisogni degli altri, ed incamminarmi lungo la strada di una donazione di me verso i bisognosi che mi circondano.

La solitudine come momento formativo.

Una famosa canzone dei Nomadi recita così: “Per fare un uomo ci voglion vent’anni, per fare un bimbo un’ora d’amore; per una vita migliaia di ore, per il dolore è abbastanza un minuto.”

Ci sono gesti che si consumano in pochi minuti o istanti, ma le cui conseguenze sono grandi ed impegnative. Non possiamo solo guardare al lato piacevole delle cose: è nostro dovere essere uomini e donne responsabili.

Una vita richiede particolare impegno, e anche quando si fa del proprio meglio, non è sempre detto che si riesca a realizzare i propri progetti o ambizioni. La solitudine offre spazi notevoli di maturità; solo quanti hanno imparato a vivere da soli possono essere pronti a prendere ulteriori impegni di responsabilità.

Chi è fedele nelle piccole cose lo sarà anche nelle grandi: forse si tratta di un versetto che potrebbe non appartenere al nostro tema, ma credo che manifesti con chiarezza la necessità della fedeltà in qualunque “condizione siamo stati chiamati”. La solitudine è o potrebbe essere una “vocazione” che il Signore rivolge, allora occorre viverla nella fedeltà.

La solitudine come possibilità di ampliare le proprie conoscenze.

Coloro che non sono vincolati al matrimonio hanno maggiori possibilità di crescere nel Signore dal punto di vista della formazione.

Si può pensare di studiare o di dedicarsi ad attività culturali che possano aggiungere maggiore conoscenza alla vita.

Non si tratta di acquisire solo conoscenze a scapito dell’amore: ricordiamoci che la conoscenza gonfia, l’amore edifica (I° Corinzi 8:1-2).

Tuttavia non dobbiamo disprezzare il tempo che abbiamo per utilizzarlo nel modo migliore. Da sposati molte possibilità sono precluse, mentre da singoli si possono fare programmi ad ampio respiro.

La solitudine non deve essere vista come la scelta “di minor importanza”, ne deve essere fatta per paura di impegnarsi in un rapporto alternativo quale il matrimonio.

Coloro che scelgono questa strada “avranno tribolazioni nella carne.” Come cristiani confidiamo nella grazia di Dio per poter affrontare ogni situazione della vita.

Non ci devono essere paure o inganni emotivi che ci facciano astenere dal realizzare il progetto di Dio per noi.

Certamente ogni scelta presuppone una profonda considerazione dei costi e delle responsabilità richieste, ma dobbiamo, dopo tutte le “precauzioni” assunte, confidare nella potenza di Dio che ci ha donato tutto in Cristo.

Il Signore ci condurrà lungo i sentieri della sua volontà e ci donerà tutte le capacità per vivere alla Sua gloria. Quindi sia la solitudine quanto il matrimonio saranno benedetti nella misura in cui sono la risposta alla chiamata di Dio.

E neppure si deve scegliere la solitudine per realizzare le proprie ambizioni egocentriche e peccaminose. La società ci sta abituando a fare delle nostre aspettative l’obiettivo principale di soddisfazione.

Non credo che si debba ragionare in questi termini. Noi non ci “realizziamo” al di fuori del progetto di Dio. Uomini e donne nel mondo ritardano il loro ingresso “nella vita degli adulti”.

Preferiscono ricorrere a situazioni di “comodo” (vedi le numerose convivenze in aumento) pur di non impegnarsi in un progetto di vita responsabile.

Non si ha la pretesa di aver esaurito l’argomento, abbiamo soltanto cercato di capire un poco di più alcuni aspetti della vita; ci siamo domandati perché spesso le cose vanno diversamente da come noi ce le aspettiamo.


[1] P. Crepet – Solitudini – Ed. Feltrinelli

[2] G. Da Empoli – Overdose Informativa – Ed. Marsilio

[3] V.L. Castellazzi – Dentro la solitudine – Ed. Città Nuova

4. M. Fanelli – Solitudine nemica, solitudine amica – Ed. G.B.U.

[5] M. Fanelli – Solitudine nemica, solitudine amica – Ed G.B.U.

[6] M. Fanelli Op. Citata

[7] M. Fanelli Op. Citata

[8] V.L. Castellazzi – Dentro la solitudine – Ed. Città Nuova

[9] V.L. Castellazzi – Op. Citata

[10] V.L. Cstellazzi Op. Citata

[11] M. Fanelli – Op. Citata

[12] M. Fanelli – Op. Citata

[13] M. Fanelli Op. Cit.

[14] R. Hays – La visione morale del Nuovo Testamento – Ed. San Paolo

[15] R. Hays Op. Cit.

[16] R. Hays Op. Cit.

[17] R. Hays Op. Cit.

[18] R. Hays Op. Cit.

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